Si legge poco ma si scrive molto. In questa conversazione analizziamo uno dei problemi dell’editoria.

In un’era in cui si leggono sempre meno libri, e quindi sempre meno persone si formano un proprio stile parlato e scritto sui modelli tradizionali, la cristallizzazione sintattica e la semplificazione sono una forte tentazione rispetto alla “scomoda” necessità di adattare la scelta del modo verbale all’intenzione comunicativa.” Daniele Vitali – Il fenomeno lingua. Manuale informale di linguistica su italiano, dialetti e lingue europee.
Questo è ciò che propongo nella consueta “Citazione” nel sommario mensile di MetaPrintArt.

Vorrei partire da qui per il nostro dialogo con Wilma Coero Borga sui problemi che l’editoria, a mio parere, sta attraversando.

Marco F. Picasso ‒ Qual è la tua opinione in proposito?
Wilma Coero Borga ‒ Il problema, secondo me, non è solo la scarsa lettura dei sedicenti scrittori, ma valuterei anche la responsabilità di chi pubblica facilmente qualsiasi scritto, senza neppure correggerlo, solo in favore della necessità di fatturare e lucrare sulle copie vendute all’autore o di chi promette notorietà a pagamento attraverso la partecipazione, con un testo molto breve, ad antologie con le quali si ingolosiscono cento scrittori, che si trovano a condividere la stessa opera. È diventato troppo semplice pubblicare senza controllo editoriale.
“Se tutti possono scrivere, perché io no?” e aggiungerei: “Se tutti pubblicano, lo posso fare anch’io!”. Queste frasi potrebbero essere pensate da chi scrive senza leggere o da chi desidera pubblicare senza saper scrivere. Ma, per fortuna, in contrapposizione a chi non legge o legge poco o scrive senza leggere, esistono anche gli amanti della lettura, che divorano libri di vario genere e che sanno scegliere un buon volume, a volte incappando anche in qualche opera dal contenuto discutibile. Ma sanno accorgersene.

MFP ‒ Tu hai scritto e pubblicato diversi lavori. Ma sei anche una lettrice forte. Quanto influisce la lettura sulla scrittura?
WCB ‒ Sul mio stile, la lettura non influisce perché non copio quello altrui, ma utilizzo il modo di esprimermi che mi è consono e che deve risultare riconoscibile per non omologarsi. Certo, la lettura aiuta perché crea confronto, analisi. Si impara molto leggendo assiduamente, soprattutto testi diversificati per genere e di autori differenti. Sulla scrittura, per quanto mi riguarda, leggere è uno stimolo a non abbassare l’asticella e a non accontentarsi vivendo del proprio orticello. Si può attingere, prendere spunti, ma sempre con lo sguardo attento al proprio modo di scrivere e di raccontare.

MFP ‒ Sei in contatto con diversi scrittori, o sedicenti tali. Secondo la tua esperienza, ritieni che tutti loro siano grandi lettori? Ti anticipo il mio parere: no, in molti scritti, che siano racconti o romanzi, noto scarsa propensione alla lettura, in particolare dei classici. 
WCB ‒ Temo che tu abbia ragione, ma non criticherei chi non legge i classici, l’importante è leggere, aprirsi a nuove scelte e, se tra queste ci sono i classici, ancora meglio. Ci si evolve come scrittori, ma anche come lettori. E ognuno ha i suoi tempi.

MFP ‒ Vorrei tornare ai classici. Verso i quali credo che ci sia un calo di interesse. Qual è il tuo parere? 
WCB ‒ Come ho detto, ci si evolve e, purtroppo si va anche verso la semplificazione e l’impoverimento lessicale. Bisognerebbe essere guidati sin da giovani ai classici e non solo a scuola. È sbagliato, per esempio, dare otto libri da leggere durante le vacanze estive, insieme a tutti gli altri compiti delle varie materie. Non stimola a leggere di più, ma, anzi, il contrario. In famiglia, dovrebbe continuare l’educazione alla lettura. Poi, a giocare contro il modo di scrivere di un tempo, c’è il modo di scrivere e di leggere di oggi. Si abbrevia molto, si semplifica, si velocizza. La vita è una corsa anche nell’apprendimento e, persino nelle attività del tempo libero. I classici potrebbero risultare noiosi, anacronistici, anziché un tesoro da consultare e con cui confrontarsi.

MFP ‒ Ho fatto una richiesta alla IA sulla frequenza dei termini usati: risulta che nei ‘classici’ dei due secoli che ci precedono si ha una frequenza tra i 10.000 e i 20.000. Nei romanzi moderni si scende a 5.000 – 10.000. In pratica si dimezzano. La IA ritiene che questo sia legato all’impoverimento del linguaggio odierno. Per me è un fatto assai negativo, ma forse io sono controcorrente.
WCB ‒ L’impoverimento lessicale è un male di questo periodo storico, dove i social e whatsapp non aiutano a scrivere bene, né a leggere, a causa di tutte le abbreviazioni e della mancanza di punteggiatura, che pare un optional. Chi sa scrivere la usa anche nei messaggi veloci e non può prescindere da essa per essere compreso. Il noto: “Ibis redibis non morieris in bello”, “andrai, tornerai, non morirai in guerra” assume un significato opposto a seconda della posizione delle virgole.
Infine, a scuola si usano i quaderni per incollare le fotocopie, quindi si è persa anche la manualità dello scrivere.

MFP ‒ Tra parentesi, ho anche chiesto alla IA qual è la frequenza dei termini diversi nel mio romanzo “Il Segreto dei Dieci Laghi”: su un totale di 69.246 parole, il numero di termini diversi è 10.251. Quasi ottocentesco…  perché il numero di termini diversi usati in un romanzo è in calo: oggi tra i 5000 e i 10.000. Un impoverimento linguistico.
WCB ‒ Tu, Marco, hai letto tantissimo nella tua vita e continui a farlo. Quindi, dovresti avere un appartamento occupato solo da libri. Ma ricordiamo che esistono anche le biblioteche, dove leggere non costa nulla.

MFP ‒ E non parliamo degli e-book…
WCB ‒ Meglio la vecchia buona carta…

MFP ‒ Ma veniamo a ciò che preoccupa tutti gli scrittori emergenti. Come farsi conoscere e come vedere i propri lavori in libreria?
WCB ‒ Partecipando alle fiere del libro come standista autrice, osservo la platea dei probabili lettori che si avvicina: come si muove, che cosa domanda, se domanda, se compra valutando esclusivamente il proprio gusto e una buona sinossi o è attenta a ciò che propone l’autore o l’editore, presenti in stand. Si avvicina anche chi nella vita ha letto talmente tanto che non desidera più acquistare libri, perché non sa dove metterli. È un atteggiamento che non capisco e non giustifico, poiché chi ama leggere e dice di possedere tanti volumi, non può fare a meno di continuare a immergersi in nuove storie e nuovi scenari, a qualunque età. Un discorso a parte meritano gli editori che oltre a non fare più i veri editori, limitandosi a essere commercianti anche poco capaci, o sfruttatori del lavoro dell’intelletto altrui – non tengono conto delle difficoltà di lettura di adulti e bambini dislessici.

MFP ‒ Insomma, occorre stimolare la lettura…
WCB ‒ Con grande disappunto e dispiacere, interagisco spesso con genitori che non assecondano l’interesse dei figli – che sono ancora bambini – di leggere un libro che attira il loro interesse e dove l’autore si è profuso in spiegazioni, rispondendo a tutte le domande e oltre. Vedo, il più delle volte, questi giovanissimi lettori, lasciare lo stand dispiaciuti, mentre i genitori si allontanano, ringraziando per la disponibilità e poco dopo acquistano un libro per sé a uno stand vicino, mentre il figlio ha ancora lo sguardo agganciato alla copertina de “I Briganti del Vigoleno”.

MFP ‒ Cosa si può ricavare da questa realtà? 
WCB ‒ Basterebbe poco per rendere il libro accessibile a tutti, ma manca la volontà di farlo, forse, perché la creazione di testi del genere necessita di più attenzione e più lavoro, ma amplierebbe il pubblico dei lettori. Bisognerebbe chiedersi perché aumentano i volumi pubblicati in self-publishing. Se tutto il lavoro lo deve svolgere lo scrittore, tanto vale autopubblicarsi. Questo argomento apre a scenari ancora più articolati e complessi del mondo editoriale.

MFP ‒ Quale messaggio vorresti lasciare a chi ci legge? 
WCB ‒ Che la lettura è un grande sogno, un’emozione che si rinnova.

Ringrazio Wilma, infaticabile editor, scrittrice e promotrice della scrittura per questa conversazione che spero attivi maggiormente la voglia di leggere, prima di scrivere…
Wilma perché