Il rogo invisibile: crisi del libro e paradossi dell’editoria contemporanea. Considerazioni di un lettore.
«Ogni anno, migliaia di libri vengono distrutti in Italia».
Non si tratta di censura, né di persecuzione ideologica. Nessun regime, oggi, brucia testi scomodi in piazza. Il rogo dei libri oggi è invisibile, ma integrato nel funzionamento dell’industria editoriale. È un processo industriale.
Per comprenderlo bisogna partire da un dato strutturale: ogni anno in Italia vengono pubblicati oltre 70.000 nuovi titoli, a cui si aggiungono ristampe e nuove edizioni. Un flusso continuo che non corrisponde a un aumento dei lettori, né a un reale bisogno culturale. L’offerta ha superato da tempo la domanda. E molti libri finiscono al macero: ne ho visti in visita a uno stampatore. Con meraviglia e tristezza.
La spirale della sovrapproduzione
Al centro del sistema si trova un meccanismo poco noto ma decisivo: quello delle rese. I libri inviati alle librerie non vengono acquistati definitivamente, ma possono essere restituiti agli editori se invenduti. Questo modello, nato per tutelare i librai, genera un effetto perverso: incentiva la sovrapproduzione.
Più si pubblica, più si rischia; più si rischia, più si restituisce; più si restituisce, più si è costretti a pubblicare per compensare le perdite. Una spirale che si autosostiene, anche nella sua inefficienza.
Nel frattempo, il ciclo di vita del libro si accorcia drasticamente: molti titoli restano sugli scaffali poche settimane, talvolta meno di un mese. Un tempo inferiore, paradossalmente, a quello di un prodotto alimentare.
I costi del macero
Cosa accade ai libri invenduti? Una parte viene immagazzinata, una minima percentuale redistribuita, ma una quota significativa finisce al macero o negli inceneritori. Il macero non è un incidente: è parte integrante del sistema.
Il libro, in questo contesto, perde il suo valore simbolico per diventare un oggetto a ciclo breve: prodotto, distribuito, eliminato.
Eppure ogni libro comporta un costo reale: carta, acqua, energia, trasporto. Il suo smaltimento implica un ulteriore impatto ambientale. È legittimo chiedersi se si possa ancora parlare di “industria culturale” quando una parte consistente della produzione è destinata fin dall’origine allo scarto.
Chi guadagna davvero?
Il paradosso è che il profitto non si concentra necessariamente su chi scrive o pubblica, ma lungo la filiera logistica: magazzini, trasporti, distribuzione. Ogni movimento del libro genera valore economico, indipendentemente dal fatto che venga letto.
È un sistema che si alimenta del proprio spreco.
Quantità contro qualità
Questo modello ha conseguenze dirette anche sulla qualità dell’offerta editoriale. Quando la logica è quella della quantità, la qualità diventa secondaria.
Si moltiplicano così i libri costruiti rapidamente, spesso legati a personaggi noti: influencer, politici, figure televisive (il lato positivo è che si dà lavoro ai ghost writer). Testi scritti in pochi mesi destinati a una breve esposizione mediatica e a una rapida scomparsa.
Non è una questione di gusti, ma di struttura: un sistema che richiede velocità non può permettersi profondità.
E gli autori?
In questo scenario, la domanda diventa inevitabile: l’editoria è ancora un ambito serio? E soprattutto, come può emergere un autore nuovo?
Il problema è duplice. Da un lato, l’accesso alla pubblicazione è apparentemente più facile, anche grazie alla stampa digitale e ai sedicenti editori, che spesso si limitano a stampare senza offrire reale lavoro editoriale o promozionale. Dall’altro, proprio questa facilità genera un eccesso di scrittura.
Oggi molti credono di avere qualcosa da dire. Ma spesso si tratta di testi che somigliano più a confessioni private che a opere letterarie. Sfoghi personali, pensieri non elaborati, privi di quella costruzione formale e di quella profondità che caratterizzano la letteratura.
La fine della durata
Il confronto con la tradizione è inevitabile. Opere come Guerra e Pace di Lev Tolstoj, I miserabili di Victor Hugo o Alla ricerca del tempo perduto di Marcel Proust richiesero anni di lavoro, revisione, maturazione.
Un libro che nasce per durare poche settimane non può ambire a quella stessa profondità. Non ne ha il tempo, né lo spazio.
Ha ancora senso parlare di letteratura?
La domanda finale è inevitabile: ha ancora senso parlare di letteratura?
Se per letteratura intendiamo opere destinate a durare, a essere rilette, a costruire memoria e immaginario collettivo, la risposta oggi appare incerta. Non perché manchino autori capaci, ma perché il sistema tende a nasconderli, a soffocarli sotto il peso della sovrapproduzione.
Forse esistono ancora voci autentiche, ma restano sommerse, invisibili in un mercato che privilegia la rapidità e la visibilità immediata.
Ripensare il sistema
Interrompere questo meccanismo non è semplice, ma è necessario. Ridurre il numero delle pubblicazioni, allungare il ciclo di vita dei libri, rivedere il sistema delle rese, investire su cataloghi più selezionati: sono tutte azioni che puntano verso una maggiore sostenibilità, culturale oltre che ambientale.
Restituire valore al libro significa sottrarlo, almeno in parte, alla logica della produzione seriale. Significa tornare a considerarlo non solo un prodotto, ma un oggetto culturale destinato a durare.
Perché un libro che scompare dopo poche settimane non è solo uno spreco economico o ambientale. È una possibilità che si spegne prima ancora di essere davvero esistita.
Marco F. Picasso
PS: sono graditi commenti
L’immagine in alto è tratta da una installazione presso la Scuola Grafica Salesiana di Arese
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