Le sfide e le difficoltà da superare per rinvigorire le politiche dell’innovazione sono numerose e complesse. Seguendo le indicazioni di Umberto Cucchi proposte da Competere si potrebbe invertire la rotta. L’innovazione come punto di partenza, non solo di arrivo.

Una attenta analisi di Competere  sulla terza edizione del GTIPA Forum 2019 a Città del Messico spiega l’importanza dell’innovazione quale fonte fondamentale della crescita economica globale.

Il Dipartimento di Commercio degli Stati Uniti conferma che l’innovazione tecnologica può essere collegata a circa 3/4 della crescita economica degli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi. Un altro studio sottolinea come nonostante i tassi di rendimento privati legati all’innovazione (R&D) siano stimati tra il 25 ed il 30%, i benefit che vengono apportati alla società sono tra le due e le tre volte maggiori rispetto ai guadagni privati.
Urge quindi investire maggiormente in innovazione. Ma come?

I punti di forza italiani

«Il punto di partenza del nostro paese non è certamente da buttare – sostiene Umberto Cucchi –. Nel corso degli ultimi anni con il Decreto Start-Up (2012) e il Piano Nazionale Industria 4.0 (2016) si sono sicuramente compiuti dei passi in avanti. È stato creato un ambiente più favorevole per piccole e innovative start-up ed è stata fornita una vasta gamma di misure volte a promuovere gli investimenti nell’innovazione e maggiore digitalizzazione dei processi industriali

Secondo una valutazione del 2018 dell’OCSE, l’entità stimata degli effetti sulle start-up è considerevole. Le imprese che hanno beneficiato da queste misure hanno conseguito maggiori ricavi e valore aggiunto per i loro beni tra il 10% e 15% in più rispetto a start-up simili che non avevano aderito alle misure.
Allo stesso modo, a seguito del piano Industria 4.0, gli investimenti privati sono aumentati da 80 miliardi di euro a 90 miliardi di euro tra il 2017 e 2018, con un aumento previsto di € 11,3 miliardi nel periodo dal 2017 al 2020 in termini delle spese private di ricerca e sviluppo e innovazione incentrate sulle tecnologie Industry 4.0.

Dove migliorare

Competere indica le macro-aree di rilevanza strategica che necessitano gli interventi più immediati.
Coordinare la politica di innovazione. La spesa pubblica per la ricerca e lo sviluppo, già significamente più bassa rispetto ad altri paesi europei e del G20, viene gestita da un numero esorbitante di istituzioni senza un sistema strutturato di coordinamento e valutazione. L’ufficio del primo ministro dovrebbe essere più attivo nella coordinazione della strategia attraverso un consiglio d’innovazione e nella creazione di un’unità speciale incaricata alla valutazione ex-ante ed ex-post delle politiche per l’innovazione.

Protezione della Proprietà Intellettuale e dei Dati. È difficile promuovere l’innovazione senza proteggere le idee. Serve una protezione efficace di dati e della privacy. Non è una sorpresa assistere a un crollo degli investimenti in ricerca e sviluppo in paesi dove i Governi hanno introdotto (o stanno prendendo in considerazione) l’introduzione di licenze obbligatorie che costringerebbero le imprese a divulgare dati sensibili dietro i loro prodotti innovativi.

Migliorare il processo di trasferimento tecnologico. Nonostante l’ottimo livello di ricerca accademica del nostro paese, l’Italia ha prestazioni relativamente basse in termini di domande di brevetti presentate e conseguite. Nel 2016, l’Italia si è classificata al 11° posto nel mondo con appena 31.091 domande contro le 176.693 domande tedesche e 71.276 domande francesi. Bisogna introdurre incentivi per le nostre PMI invitandole ad investire in R&D e rafforzare il rapporto tra università e settore privato. Solo cosi si potrà generare il know-how necessario per accelerare il processo di trasferimento tecnologico.

Attrarre il talento dall’estero. Le misure introdotte negli ultimi anni come il programma di visti per start-up tecnologiche extra-UE (Start- Up Act 2012) e il regime fiscale agevolato per le persone straniere che decidono di spostare la loro residenza fiscale in Italia (Legge Finanziaria 2017), non sono finora riuscite ad attrarre un numero significativo di beneficiari esteri. La burocrazia e il linguaggio rappresentano ostacoli prominenti per studenti stranieri e lavoratori qualificati nei corsi accademici e nei luoghi di lavoro, e anche nella vita quotidiana. L’adozione dell’inglese dovrebbe essere più molto diffuso, specialmente nei programmi accademici, sia a livello universitario che laurea, ma anche come lingua di lavoro principale (o almeno alla pari con l’italiano) nelle grandi organizzazioni.

Rimandiamo al sito di Competere per l’analisi completa