Il blu o azzurro della quadricromia è il cian o ciano. Tutti gli stampatori sanno benissimo che quella deve essere la giusta tonalità per ottenere insieme al giallo e al magenta, tutti (o quasi) i colori che servono in uno stampato. Ma perché si chiama cian? Ce lo spiega in questo articolo Marco Nicola * di cui abbiamo già pubblicato articoli sul Verde e sul blu dei jeans, perché l’azzurro è l’unione di cielo e terra.
di Marco Nicola *
Più di 8000 anni fa, molto prima della nascita della scrittura, i popoli stanziati lungo la Valle dell’Indo fecero una scoperta sensazionale a Nord, nella catena montuosa dell’Hindu Kush (attuale Afghanistan). A 2600 metri di altitudine, presso le sorgenti del fiume Kokcha, avevano trovato una montagna dal cuore di pietra compatta e di un blu che non sembrava di questo mondo.
Il colore della grande maggioranza dei sassi, della sabbia e del suolo è determinato da alcuni elementi di transizione, generalmente ferro e manganese. In assenza di essi tutto tenderebbe a essere bianco. Il ferro in contatto con l’ossigeno e con l’acqua forma minerali di un’infinità di tonalità tra il giallo e il rosso, mentre il manganese spinge verso il bruno. Talvolta si hanno anche tonalità sul verde. Da questi minerali si ricavano i pigmenti chiamati “terre”. Ciò che è importante precisare è però che in questo modo si ottengono tonalità morbide e mai il blu profondo. È per questo che non troverete sassi blu lungo la riva del mare, se non qualche sasso con riflessi bluastri. Per lo stesso motivo non esistono spiagge di sabbia blu.
Lazurite
La pietra della montagna blu è quindi una straordinaria eccezione. Deve il suo colore non a un elemento di transizione ma a un fenomeno elettronico che avviene nel suo principale costituente, un raro minerale chiamato lazurite (un complesso alluminosilicato di calcio e sodio contenente anche zolfo e cloro, formatosi a causa di eccezionali condizioni geologiche). Il colore magico di quella pietra fu presto associato a proprietà fuori dall’ordinario. Cominciarono a estrarla e a portarla verso i loro insediamenti per farne amuleti e gioielli. I mercanti la portarono ai popoli vicini e col tempo la sua fama si diffuse in tutto il mondo conosciuto.
La parola per indicare il blu nelle lingue della Mesopotamia e in Antico Egitto deriva dal nome che aveva quella pietra. Hsbd in Egitto (dove fu usata, ad esempio, nella maschera di Tutankhamon) e uknû in Mesopotamia (vedi lo Stendardo di Ur, in foto). Da quest’ultimo deriverà kuwano in area Egea che porterà poi al greco κυανός (kyanos) poi arrivatoci nella forma ciano, avendo nel frattempo cambiato la sua tonalità di riferimento. È anche prefisso di tante parole attinenti al concetto di blu-azzurro-livido come cianobatteri (alghe azzurre) o cianotico.
In effetti, per una dinamica evolutiva piuttosto interessante, precedentemente non esisteva nemmeno la parola “blu”. È infatti uno degli ultimi colori che viene concettualizzato in tutte le culture come teorizzato nel 1969 da Berlin e Kay in “Basic Color Terms: Their Universality and Evolution”, pietra miliare nello studio dell’evoluzione del linguaggio. In sostanza per il blu non avveniva come per il rosso. Non esisteva cioè un termine astratto che racchiudesse in sé tutta la gamma di sfumature. Accadeva invece come per il color oro, per riferirsi al quale è necessario usare il nome del materiale come termine di riferimento. Per indicare il colore blu all’epoca si usava quindi il nome della pietra blu.
Per secoli e millenni quel luogo remoto rimase l’unica fonte di quella pietra (più recentemente se n’è scoperta anche in altri luoghi, soprattutto in Cile e Russia e, piccole quantità, anche in Italia sul Vesuvio).
Tre pigmenti blu
Venne esportata dall’Afghanistan per migliaia di chilometri lungo la Via della Seta, dalla Cina alla capitale dell’Impero Romano. All’epoca dei Greci, Teofrasto racconta che esistevano tre pigmenti blu: il più prezioso e ricercato continuava a essere quello ricavato da quella pietra e così rimase anche in epoca romana, nel medioevo, nel Rinascimento e fino all’Ottocento. In un certo senso anche oggi.
Ma torniamo al termine “azzurro”. Seguiamo la rotta commerciale della pietra. In sanscrito la pietra blu si chiamava rājāvarta, in persiano lâjvard, in arabo lāzaward che nel medioevo era traslitterato in latino come lazulum.
Essendo una pietra venne chiamata quindi lapis (=pietra in latino) lazulum → lapislazzuli. Dal termine lazulum, cadde la L iniziale (interpretata come articolo), e si pervenne quindi ad azulum per indicare il blu. Da questo derivano lo spagnolo e il portoghese “azul” per indicare correttamente ciò che noi chiamiamo “blu”. Deriva anche l’italiano “azzurro” ma curiosamente a causa della presenza del termine “blu” (vedi curiosità n°2) si è ottenuta una inversione di significato. “Blu” (dal latino blavus: slavato, schiarito) indica un colore scuro e intenso mentre “azzurro” (il colore del lapislazzuli) è riservato alla tonalità più chiara.
[nell’immagine in alto: Lo Stendardo di Ur, “Pannello della Pace”, ca. 2600 a.C. Legno intarsiato con lapislazzuli, conchiglie e calcare rosso, Londra, British Museum. fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Standard_of_Ur … ]
- Marco Nicola, Dipartimento di Chimica dell’Università di Torino; fondatore di Adamantio – Diagnostica per i Beni Culturali. nicola.adamantio@gmail.com


Azzuro – Blu OK Ma come mettiamo le pietre Turquoise – Turkese che si usavano i indiani in nord america e i Persiani già molto prima della nasciata di Cristo in Persia 2100 b.c. Turchese non è azzuro – Blu e Blau, bleu e azzuro e Hellblau – Himmelblau, cyan. Quindi la storia delle pietre blu forse è più complessa vedi il mondo della gioelleria.
I gioielli ritrovati negli scavi della città reale di Ur risalenti al 2500 a. C. sono realizzati in oro con perline di pietre dure, principalmente lapislazzuli, corniola e agata nella varietà bianca. Il blu intenso del lapislazzuli caratterizza alcuni dei più antichi ornamenti che si conoscano.
Gli egiziani nel “Libro dei Morti” attribuirono ai colori particolari significati: il blu rappresentava il cielo notturno stellato; il verde era simbolo della continua crescita del mondo della natura e di resurrezione, il rosso era il colore del sangue e della vita. Era quindi naturale l’associazione con il lapislazzuli, con la turchese e con la corniola. Gli ampi collari chiamati “usekh” o “wesekh”, sono costituiti da bande di perline cilindriche realizzate con queste pietre che compongono vivaci contrasti cromatici e sono ornati alle estremità da due teste di falco. Di un intenso colore blu erano spesso anche le paste vitree chiamate “faiance” che gli egiziani utilizzavano al posto delle pietre.