Il QI medio sta calando in modo preoccupante: ma l’intelligenza si costruisce, si allena, e si può ancora coltivare. Il ruolo della carta e della scrittura manuale.

C’è qualcosa di profondamente ironico – e un po’ tragico – nel fatto che l’umanità, proprio mentre accumula conoscenze come mai prima nella storia, sembri progressivamente meno capace di usarle. Gli studiosi parlano chiaro: dal 1950 il quoziente intellettivo (QI) medio è in calo costante, e le proiezioni verso il 2100 non promettono nulla di rassicurante.

A dire il vero, non serve attendere il prossimo secolo per preoccuparsi. Basta accendere la televisione, scorrere un feed social o ascoltare una conversazione pubblica per percepire che qualcosa si è incrinato. Non si tratta solo di una diminuzione delle capacità cognitive, ma di un fenomeno forse ancora più curioso: una crescente arroganza intellettiva. Mai così tante opinioni, mai così poca fatica nel costruirle.

La televisione, ma non solo

Tra i principali imputati, la televisione occupa un posto di rilievo. Non tutta, naturalmente, ma quella più popolare, più seguita, più rumorosa. Se si confrontano i programmi dei primi anni della TV italiana con molti format contemporanei, emerge un cambio di paradigma: dalla divulgazione all’intrattenimento, e dall’intrattenimento alla banalizzazione.

L’umorismo si è fatto spesso più facile, più volgare, più immediato. E qui sorge una domanda tutt’altro che banale: la volgarità, ormai sdoganata e spesso premiata dagli ascolti, contribuisce al calo del QI? Non è una questione moralistica, ma cognitiva. Se il linguaggio si impoverisce, anche il pensiero rischia di farlo.

Il teatrino della politica

E poi c’è la politica. O meglio, il teatro della politica. Il comportamento degli uomini pubblici – sempre più orientato allo slogan e sempre meno all’argomentazione – finisce inevitabilmente per influenzare il cittadino comune. Se il modello è la semplificazione estrema, perché mai complicarsi la vita con il ragionamento?

Carta e inchiostro: una sfida neurologica

In questo scenario, la questione della lettura diventa centrale. Sempre più studi dimostrano che leggere su carta e scrivere a mano non sono nostalgie da romantici, ma vere e proprie palestre cognitive. Il cervello, quando incontra una parola scritta, attiva un sistema complesso e raffinato: siamo capaci di riconoscere fino a 15 lettere in meno di un quarto di secondo e di comprendere oltre 300 parole al minuto. Un piccolo miracolo quotidiano che spesso diamo per scontato.

Ma cosa accade quando lo schermo sostituisce la carta? Non è solo una questione di supporto, ma di profondità. La lettura digitale tende a favorire un approccio rapido, frammentato, superficiale. Il cosiddetto “pensiero veloce” prende il sopravvento, utile forse per orientarsi in un flusso continuo di informazioni, ma meno efficace quando si tratta di comprendere, analizzare, riflettere. Non solo leggere, su carta, ma anche scrivere con carta e penna (cosa ormai rarissima).

Dodici contro due

Lo stesso vale per la scrittura. Scrivere a mano, soprattutto in corsivo, attiva fino a 12 aree cerebrali. Digitare su una tastiera ne coinvolge appena due. Non è difficile intuire quale delle due attività contribuisca maggiormente allo sviluppo dell’intelligenza.

Il cervello: un organo che si coltiva

C’è però una buona notizia, ed è tutt’altro che marginale: intelligenti si diventa. Il cervello non è un dato fisso, ma un organismo plastico, che cresce e si modella attraverso l’esperienza. Nei primi cinque anni di vita, in particolare, lo sviluppo è straordinario. E non avviene davanti a uno schermo, ma attraverso i sensi: il tatto, il movimento, l’esplorazione.

Un bambino che corre su un prato, paradossalmente, sta facendo un investimento cognitivo più solido di uno che scorre video su un tablet.
La natura, in questo senso, resta una tecnologia insuperata.

Una generazione tra sperimentazione e contraddizioni

Interessante, in questo contesto, è osservare le nuove generazioni. Da un lato immerse nel digitale, dall’altro ancora capaci di sperimentazioni intelligenti e creative. Il caso della studentessa che realizza un booktrailer ne è un esempio: un uso consapevole della tecnologia che non sostituisce la lettura, ma la accompagna. (l’abbiamo intervistata e scopriamo che i suoi racconti li scrive prima a mano!)

Forse è proprio qui la chiave: non demonizzare gli strumenti, ma comprendere come usarli senza rinunciare a ciò che rende il pensiero profondo.

Ottimismo necessario, pessimismo realistico

E arriviamo al nodo finale, inevitabilmente contraddittorio.

Da un lato, c’è un motivo per essere ottimisti: l’intelligenza si costruisce, si allena, si può ancora coltivare. La carta, la scrittura manuale, l’educazione sensoriale e cognitiva restano strumenti potenti e accessibili. Nulla è definitivamente perduto.

Dall’altro lato, però, il contesto generale spinge nella direzione opposta. La velocità, la semplificazione, la superficialità sono premiate, diffuse, normalizzate. E invertire questa tendenza richiede uno sforzo collettivo che, al momento, non sembra esattamente di moda.