Dalla stampa digitale alla geopolitica, Nicola Muraro ci offre uno sguardo critico sulle trasformazioni che stanno ridefinendo mercati, regole e competitività.
Tecnologia, potere e industria: dagli esordi della stampa digitale e dei “libri-al-volo” alla stampa transazionale, fino alle attuali riflessioni su dominio selettivo, Europa e politica industriale.
In questa intervista esclusiva, Nicola Muraro analizza come tecnologia, potere e scelte pubbliche incidano sull’industria italiana, tra opportunità mancate, transizioni incompiute e la necessità di un’Europa più integrata e pragmatic
Tra editoria digitale, geopolitica e futuro dell’industria grafica
Abbiamo intervistato Nicola Muraro ripercorrendo il suo percorso professionale e le sue riflessioni sul contesto internazionale e sulle ricadute per l’industria italiana.
Oggi Partner di Interzen Consulting S.r.l., Nicola Muraro ha operato all’interno di Selecta, contribuendo in Italia all’adozione della stampa digitale per la documentazione tecnica industriale e alla sperimentazione dell’editoria on-demand, nota anche per il fortunato slogan dei “libri-al-volo”.
Successivamente, sempre in Selecta, ha lavorato allo sviluppo della stampa digitale transazionale, in Italia e in alcuni contesti europei, accompagnando il passaggio dalla produzione interna di documenti presso banche, assicurazioni e utilities a modelli di outsourcing industriale, con una significativa riduzione dei costi e una ridefinizione degli assetti di mercato nei primi anni Duemila.
Negli ultimi anni affianca all’esperienza industriale un’attività di analisi economica e geopolitica, intervenendo su diversi quotidiani, tra cui Il Giornale di Vicenza.
Dalla nascita della stampa digitale a oggi
MetaPrintArt – Conosciamo Nicola Muraro da oltre trent’anni, dagli esordi della stampa digitale applicata all’editoria, una fase spesso raccontata come rivoluzionaria. In quel contesto si è affermato anche il fortunato slogan dei “libri-al-volo”.Come hai vissuto quella stagione e che cosa rappresentava allora, concretamente, la stampa digitale per l’editoria?
Nicola Muraro – Il merito dello slogan “libri-al-volo” va ricordato correttamente: fu un’intuizione di Italo De Mas, che seppe cogliere e comunicare con efficacia le potenzialità teoriche della stampa digitale.
Col senno di poi, credo che in quella fase ci siamo innamorati un po’ troppo della tecnologia. Era ancora acerba e non in grado di mantenere davvero le promesse: velocità e costi di stampa non erano competitivi, le soluzioni di finishing erano deboli e, nel frattempo, anche la stampa offset continuava a progredire, spostando in avanti il punto di pareggio rispetto alla stampa digitale.
C’è stata inoltre l’illusione che il book-on-demand potesse modificare radicalmente la struttura del mercato editoriale italiano.
MPA – Dall’illusione alla delusione?
N. M. – In realtà quell’aspettativa non si è realizzata, almeno non nei termini immaginati allora. Il vero cambiamento è arrivato qualche anno dopo, quando l’evoluzione delle tecnologie di stampa e di finitura ha reso possibile una reale produzione industriale di micro-lotti on-demand. In particolare, il miglioramento della qualità e la riduzione dei costi della stampa ink-jet a colori hanno rappresentato un autentico punto di svolta.
MPA – Cosa ti ha insegnato questa evoluzione?
N. M. – L’insegnamento che ne traggo è che la tecnologia è un potente abilitatore di cambiamento, ma non agisce mai da sola: senza una lettura attenta del contesto e dei tempi, il rischio è quello dell’entusiasmo degli early adopter, più rapido delle condizioni reali del mercato.
MPA – Da qualche anno ti sei allontanato operativamente dal settore. Osservando oggi l’editoria dall’esterno, la stampa digitale ne ha ampliato enormemente l’accesso, producendo effetti molto diversi: da nuove opportunità a fenomeni più controversi, come la proliferazione di forme di auto-pubblicazione e di editoria poco strutturata.
È una trasformazione che ritieni problematica o semplicemente una dinamica fisiologica del mercato?
N. M. – La categoria degli “errori” non mi convince molto, perché rischia di introdurre un giudizio di valore su dinamiche che, a mio avviso, vanno lette in modo più neutro. Preferisco restare ai fatti.
Scrivere un libro è sempre un atto che merita attenzione e, direi, anche una certa simpatia. È un gesto di espressione personale che, grazie alla stampa digitale, oggi è accessibile a un numero molto più ampio di persone. Questo avviene spesso attraverso forme di auto-pubblicazione o tramite editori poco strutturati, ma non vedo in questo un problema in sé.
La tecnologia ha semplicemente abbassato le barriere all’ingresso. Che poi il mercato selezioni, nel tempo, contenuti e forme editoriali più solide è un processo naturale. Non credo spetti a qualcuno stabilire a priori chi abbia titolo per pubblicare e chi no.
Se c’è una trasformazione in atto, non la leggerei come una degenerazione, ma come l’espressione di una diffusa pulsione all’auto-affermazione: uomini e donne che, pubblicando un testo, cercano di dare forma e visibilità alla propria esperienza. È una dinamica che dice molto più della società che della tecnologia.
Dominio selettivo e disordine globale
MPA – In un tuo recente intervento sostieni che l’Occidente non eserciti più un dominio globale come nel secondo dopoguerra e che la strategia americana, pur riducendo l’intervento militare diretto, faccia un uso crescente di leve economiche, tecnologiche e finanziarie.
Che cosa intendi con l’espressione “dominio selettivo” e perché la ritieni una forma di potere particolarmente pericolosa?
N. M. – Con “dominio selettivo” intendo una forma di potere che non punta più a controllare stabilmente interi territori o a costruire un ordine condiviso, come accadeva nel secondo dopoguerra, ma a esercitare pressione in modo mirato su snodi strategici: economia, tecnologia, finanza, regole, catene del valore.
La nuova strategia americana prende atto che l’intervento militare permanente è costoso e spesso inefficace, ma non rinuncia all’uso della forza. La redistribuisce su piani meno visibili e più pervasivi, rendendo il conflitto continuo e strutturale. Non cooperazione tra pari, ma rapporti asimmetrici fondati su dipendenze, esclusioni e leve di pressione. [teoria purtroppo smentita al momento di “andare in stampa” – ndr]
MPA – E che porta a maggiore instabilità…
N. M. – È un dominio che non costruisce stabilità, perché non si fonda su regole condivise. Produce alleanze instabili e competizione permanente, in cui anche gli alleati sono sottoposti a vincoli e condizionamenti. In questo senso non è multilateralismo, ma unilateralismo esercitato attraverso strumenti economici e normativi.
Per l’Europa questo è particolarmente pericoloso: indebolire l’Unione significa rendere i singoli Stati più facilmente subordinabili. Senza una massa critica politica e industriale comune, la libertà resta formale, ma diventa sempre più costosa da esercitare.
Disordine globale e conflitti permanenti
MPA – Nella tua analisi sottolinei come l’indebolimento dell’Unione europea possa rendere i singoli Stati più vulnerabili e facilmente condizionabili nei nuovi equilibri globali, aprendo a una fase di competizione permanente più che di stabilità.
Quali conseguenze concrete possiamo aspettarci per l’Europa e, in particolare, per l’Italia nei prossimi anni?
N. M. – La prima conseguenza è una perdita di capacità negoziale. Un’Europa frammentata pesa meno nei grandi dossier strategici: energia, tecnologia, commercio, sicurezza. Questo significa subire decisioni prese altrove, spesso sulla base di interessi che non coincidono con quelli europei.
Per l’Italia il rischio è amplificato. Un Paese con un debito elevato e una struttura industriale composta in larga parte da medie e piccole imprese è particolarmente esposto a shock esterni: instabilità dei mercati, guerre commerciali, interruzioni delle catene di fornitura. In un contesto di competizione permanente, questi shock non sono eccezioni, ma diventano la norma.
C’è poi un effetto meno visibile ma altrettanto rilevante: l’aumento del costo dell’autonomia. Pensare in modo indipendente, mantenere politiche industriali proprie o difendere settori strategici diventa sempre più oneroso, sia sul piano economico sia su quello politico.
Se non si rafforza come soggetto unitario, l’Europa rischia di restare formalmente sovrana ma sostanzialmente dipendente. E in un mondo segnato da conflitti continui, la dipendenza è una fragilità strutturale.
Condivisione del sapere, innovazione e competitività
MPA – Un altro aspetto centrale che sottolinei è la crisi della condivisione: in politica, in economia e nella ricerca scientifica. È noto come Donald Trump abbia spesso attaccato l’autonomia delle università e tentato di subordinare la ricerca a logiche di potere.
Che impatto può avere questa visione sull’industria privata italiana, in particolare su innovazione, formazione e competitività?
N. M. – L’impatto può essere significativo, perché l’innovazione industriale nasce quasi sempre da ecosistemi aperti, nei quali università, ricerca e imprese interagiscono in modo continuo. Quando l’autonomia della ricerca viene compressa e la condivisione del sapere si riduce, l’intero sistema perde capacità di generare innovazione.
Per l’Italia il problema è doppio. Da un lato si indeboliscono formazione e ricerca, proprio mentre le imprese avrebbero bisogno di competenze avanzate. Dall’altro, però, va riconosciuto che non sempre il mondo industriale è in grado di cogliere fino in fondo le opportunità che già esistono. Università e centri di ricerca producono conoscenza, ma serve anche una domanda consapevole da parte delle imprese.
MPA – Un suggerimento per le nostre imprese?
N. M. – In un contesto globale competitivo, limitarsi a denunciare ciò che non funziona non basta. Senza reti di collaborazione attive e senza una reale capacità di assorbire innovazione, il rischio è una perdita progressiva di competitività, indipendentemente dalle politiche adottate altrove.
Beni strumentali, export ed energia
MPA – A fine 2025 le imprese produttrici di beni strumentali hanno lanciato un allarme: l’incertezza del contesto internazionale sta incidendo pesantemente sull’attività industriale, con una marcata riduzione dell’export.
Come vedi il futuro nel breve periodo per questo comparto strategico del Made in Italy?
N. M. – Nel breve periodo la risposta non può che essere una maggiore diversificazione dei mercati. Ridurre la dipendenza da pochi sbocchi è essenziale in un contesto instabile. In questo senso vanno letti positivamente gli accordi commerciali con aree come il Sud America e l’India, così come l’apertura di Paesi tradizionalmente molto legati agli Stati Uniti, come il Canada, a un rafforzamento dei rapporti con l’Europa.
Tuttavia, la vera condizione di forza per il Made in Italy resta un’Europa più integrata e credibile. Le imprese italiane esportano tanto di più quanto più sono percepite come parte di un sistema europeo solido, capace di negoziare, proteggere le proprie filiere e ridurre le barriere interne.
Accanto a questo, esiste anche una barriera tutta italiana che pesa in modo significativo sulla competitività: il costo dell’energia. La forte differenza rispetto ad altri Paesi europei rappresenta un handicap strutturale, soprattutto per i settori più energivori. Serve accelerare sullo sviluppo delle fonti rinnovabili e superare un modello di pricing che oggi scarica sui produttori costi sproporzionati rispetto ai concorrenti.
Nel breve periodo, quindi, la tenuta del comparto passa da tre fattori concreti: mercati più diversificati, un’Europa più integrata e una riduzione dei costi energetici che restituisca alle imprese italiane condizioni di competizione comparabili a quelle dei principali partner europei.
Industria grafica e transizione 5.0
MPA – Restando nel perimetro dell’industria grafica, la transizione 5.0 viene indicata come un passaggio decisivo per mantenere la competitività, soprattutto per le PMI. Molte aziende contavano sugli incentivi, ma l’attuale politica industriale sembra aver ridimensionato o complicato fortemente questo percorso.
Qual è la tua valutazione su questa scelta e quali rischi intravedi per il settore?
N. M. – Industria 4.0 aveva funzionato perché si basava su un principio semplice: incentivare investimenti concreti in tecnologia e produttività, lasciando alle imprese la responsabilità delle scelte industriali. Industria 5.0 ha introdotto obiettivi anche condivisibili, come sostenibilità e attenzione alla persona, ma lo ha fatto con strumenti complessi e poco aderenti alla realtà delle PMI.
In questo passaggio la politica industriale dell’attuale governo ha mostrato un limite evidente: non aver compreso che le transizioni produttive non si guidano con cornici ideologiche o criteri amministrativi astratti, ma con regole chiare, stabili e orientate agli investimenti.
Il ridimensionamento degli incentivi e l’incertezza normativa hanno finito per bloccare decisioni industriali già difficili, soprattutto in settori capital intensive come quello grafico.
Il rischio, nel breve periodo, è un rallentamento degli investimenti e una perdita di competitività rispetto a Paesi che stanno accompagnando la transizione con maggiore pragmatismo.
Ciò che sarebbe servito – e che servirebbe ancora – è una politica industriale capace di accompagnare le imprese passo dopo passo: incentivi semplici, orizzonti temporali certi, attenzione ai costi strutturali come l’energia e fiducia nella capacità delle aziende di tradurre la tecnologia in valore industriale.
Ringraziamo Nicola Muraro per la disponibilità e la chiarezza delle informazioni che auspichiamo siano si utilità per tutta la la filiera dell’industria grafica-editoriale.
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