Nei nostri incontri con gli Autori, MetaÀlice vuole spaziare tra i generi e le caratteristiche del variegato mondo di chi scrive. Oggi entriamo nel mondo dei ghostwriter, gli scrittori fantasma.

Che poi, è meglio questa volta mantenere il termine inglese e non tradurlo, perché più che fantasmi questi sono scrittori nascosti, ma reali e con i piedi ben piantati a terra.

Il direttore Marco F. Picasso, fa capolino nella rubrica per dialogare con Roberta De Tomi, giovane ma già affermata autrice poliedrica, che abbiamo conosciuto condividendo un tavolo a una fiera della piccola editoria, che si occupa anche di ghost writing. Scopriamo di che cosa si tratta.

Roberta da un tuo scritto autobiografico, il tuo primo libro pubblicato che oggi pensi di riscrivere, sembra emergere che la tua vena artistica per la scrittura in prosa e in poesia, nasca da una sorta di ribellione al bullismo di cui soffrivi da bambina e da adolescente. È cosí?

Roberta De Tomi – Un saluto a voi e arrivo subito alla riposta. Per quanto riguarda la mia personale esperienza,la scrittura nasce principalmente dalla fantasia e dal desiderio di raccontare, una sorta di spinta che non si può spiegare in modo razionale. Sono nata e cresciuta con le storie che mi venivano lette a casa e a scuola e che, poi leggevo avidamente; parallelamente ho sviluppato una propensione alla parola che mi portava a comporre brani lirici e piccole canzoni in modo “istintivo” ma appassionato. Un piccolo aneddoto: quando ero bambina e incontravo una parola che non conoscevo, consultavo il vocabolario, e questa curiosità di esplorare la parola e le sue molteplici sfaccettature mi è rimasta anche nello studio. La ribellione citata nella domanda è una fase successiva e, più che essere stata la spinta alla scrittura, è stata una motivazione in più, un’idea dominante che mi ha portato a realizzare Ragazza post-modern; una storia con cui, effettivamente, ho rielaborato delle situazioni molto dolorose vissute in passato. La scrittura, in questo caso, mi ha permesso di mettere ordine nel caos delle emozioni che lasciano dentro di te certi eventi di sopraffazione. Chi non li vive, fatica a comprenderli, ma spero di essere riuscita a trasmettere qualcosa: un messaggio di forza a chi pensa di non farcela e un messaggio di sensibilizzazione a chi si erge su un piedistallo pensando di vessare chi ritiene più debole (e di passarla liscia). Il tutto raccontato con un linguaggio molto particolare che rispecchia l’indole della protagonista, un’adolescente fuori dagli schemi e con una sensibilità sopra le righe.

Per l’editoriale dello scorso mese di maggio ho preso a prestito il testo per una bellissima canzone che tu scrivesti per ricordare il terremoto del 2013 in Emilia. Ti senti piú poetessa o scrittrice di romanzi?

– Grazie per l’apprezzamento a Luce. Mi sono sentita spesso definire dagli altri poetessa, e per anni sono sempre stata legata al lirismo, anche nella prosa. In realtà, per una decina di anni sono rimasta ancorata al limbo dello sperimentalismo: ho scritto e pubblicato quelle che considero delle prove (Ragazza post-modern è la prima) e che in alcuni casi si sono rivelate molto acerbe. Ma le storie, in particolare negli ultimi cinque anni, fanno ormai parte del mio vivere, oltre che del mio lavoro. Vuoi per un percorso che ho iniziato con Alice nel labirinto, romanzo scritto su commissione per Dario Abate Editore, edito nel 2017, che mi ha aperto un mondo di suggestioni e di riferimenti, vuoi per un mio desiderio di approfondire gli argomenti, mi sono avvicinata allo storytelling e ho frequentato dei corsi di scrittura creativa. Inoltre, mi sono trovata a scrivere tanta prosa, tra racconti e romanzi, lunghi e brevi. Così sono nati: Trappola d’ardesia (Delos Crime e Saga Edizioni), Listen To, Abuso d’amore, Gen Z. – Zombie in una notte di mezza estate per Delos Digital. L’ultimo corposo, sempre per Dario Abate Editore, è Alyssa, l’ultima sirenetta, un urbanfantasy romantico-musicale, retelling della fiaba di Andersen. Ho pubblicato anche un racconto di genere rosa su una rivista cartacea nazionale, “Love Story”, una grande soddisfazione per me. Accanto, ci sono i racconti editi su riviste letterarie online. Cito, infine, alcune opere in self: Melody, la vestale di inventia, Erika e il mistero della Regina delle Fate, Laura nella stanza, al momento sospese per revisioni in vista di future riedizioni. Titoli molto diversi tra loro per genere e stile, ma importanti per quello che mi hanno permesso di imparare sul self.

E veniamo al tuo lavoro di ghostwriter. Quando e come è nato?

– Il lavoro di ghostwriter è nato nel 2014. Abitavo a Milano e, in cerca di un’occupazione, risposi a un annuncio in cui una casa editrice di recente fondazione, HOW2, cercava autori che potessero ricoprire questo ruolo. Così ho inviato il Curriculum, ho sostenuto un colloquio con il direttore editoriale, il Prof. Daniele Corradi, e poi ho svolto una prova, risultando “idonea”. Da lì il mio primo libro nato in modalità “ghost”, accanto a un manuale uscito con il mio nome, Come sedurre le donne. In seguito, ho rallentato l’attività, avendo trovato un altro lavoro, ma ne ho approfittato per studiare e fare “altre prove” di scrittura. L’anno decisivo è stato il 2021, quando un privato mi chiese di lavorare su una biografia. Un lavoro corposo che mi ha portato a realizzare molte interviste e a rielaborare il tutto con lo storytelling (anche qui, lascerei il termine in inglese), permettendomi di esplorare ulteriormente vari aspetti della scrittura. E poi, sono arrivate altre richieste, prevalentemente legate alla manualistica.

È un lavoro che ti piace? Il nostro timore è che chi fa il ghost writer deve rinunciare alla propria personalità. Ma è davvero cosí? Quanta libertà hai nella scelta dello stile?

– Nel caso del ghostwriter, non mi pongo troppo il problema dello stile: lavorando su commissione è inevitabile doversi adattare a delle indicazioni che possono provenire sia dall’autore, sia dall’editore. Per quanto riguarda la manualistica, la biografia, va sottolineato che ogni libro deve dare voce all’autore. Un esempio: se un influencer mi chiede di scrivere un libro sulla sua attività (già esperito), io dovrò adattarmi alla sua voce, studiare i video e i Reel, capire quali termini utilizza e con quale registro si esprime.
Per quanto riguarda la narrativa, be’, partiamo da un presupposto: già se scrivi un genere devi attenerti a delle regole e il tuo stile deve adattarsi di conseguenza. Il discorso si circoscrive con la narrativa non di genere, dove la voce dell’autore di solito diventa centrale. Detto questo, se un editore ti commissiona un romanzo ci sono delle linee da seguire, considerando che il lavoro dovrebbe passare poi sotto il vaglio successivo di un editor, che apporterà delle modifiche di default.

Una specie di diversificazione nella tua personalità di scrittrice…

– Io trovo le pubblicazioni fatte su commissione molto stimolanti perché mi permettono di capire quali possono essere le ulteriori potenzialità della mia scrittura e quali i limiti. Per molti si tratta di un modus operandi coercitivo e anti-artistico, ma io non condivido questa idea, pur rispettandola; anzi, trovo stimolante cimentarmi su testi richiesti da terzi. Senza contare l’opportunità di studiare nuove materie e argomenti, ampliando il bagaglio culturale, aspetto fondamentale per essere uno scrittore.
Questo, però, non significa rinunciare totalmente alla mia identità: anche in questa scritturac’è un riflesso di me. Senza contare che le mie narrazioni restano a volte con il mio nome altre, con pseudonimi (ma questo non è ghostwriting).

Qual è il materiale che si ha a disposizione per riuscire a scrivere il testo? Da dove si parte? C’è una regola comune o ogni ghost ha il suo metodo?, che in tal caso non ti faccio rivelare.

– Di solito si procede realizzando delle interviste o raccogliendo materiale informativo sull’argomento da sviluppare. Da lì, con il committente si conviene una struttura e una modalità di narrazione che va declinata al caso. A volte le due fasi possono essere invertite in base al modus operandi e alle richieste della persona. Successivamente si arriva alla stesura del libro con parti che periodicamente vengono riviste insieme al committente.

E per la narrativa?

– Per quanto riguarda la narrativa, si procede prima con un confronto per capire che cosa si vuole raccontare e da quale idea dominante si vuole partire, per poi strutturare una sinossi approfondita e le schede dei personaggi. Nella progettazione s’include anche una valutazione sul “come” raccontare. Ogni aspetto va sviscerato con attenzione, nulla va lasciato al caso. Poi, periodicamente ci si incontra per fare il punto della situazione, valutando che le stesure corrispondano alle richieste della persona ma, al contempo, siano coerenti al genere, alla progettazione e… alle emozioni che si vogliono trasmettere ai lettori.

Quasi un identificarsi con l’autore ufficiale, il committente…

– Non dimentichiamo che essere ghostwriter significa anche empatizzare con il committente, entrare nella sua orbita emotiva, filtrata dalla propria sensibilità. La scrittura è anche coinvolgimento emotivo, quindi smentisco categoricamente l’idea che il ghostwriter svolga un mero “compitino”. Devi confrontarti con le persone e il confronto umano, anche sul lavoro, può avere le sue implicazioni profonde, anche laddove il testo abbia un taglio molto tecnico.

I personaggi che desiderano pubblicare un libro a proprio nome affidando la scrittura a un professionista, sono i piú diversi, dagli sportivi ai politici. C’è un genere specifico nelle tue scelte, se di scelte si tratta?

– Non si tratta tanto di un genere specifico, ma di un progetto che, dopo una valutazione basata sul materiale e su un colloquio conoscitivo con il committente, decido di prendere in carico, in rapporto alla mia formazione, alle mie propensioni e al tipo di documentazione che occorre; o alla “fantasia” (diciamo così) che si richiede nel caso della narrativa. Rispetto alle materie sono alquanto versatile. Senza contare che occorre anche capire che cosa può funzionare sul mercato: ci sono dei filoni nati sulla scia della forte implementazione dei social, quali i libri che contribuiscono a raccontare un brand che sulle piattaforme online ha sviluppato il suo successo. E qui mi rendo conto che entro in un ambito estremamente commerciale, che potrebbe deludere qualche romantico, ma anche queste dinamiche vanno considerate e rispettate.

Be’, dicamo che, oggi, tutta l’editoria è commerciale. E non credo possa essere altrimenti.

– Cerchiamo di essere onesti con noi stessi: se pubblichiamo un libro, il nostro obiettivo è quello di venderlo, anche se spesso adduciamo la ragione della soddisfazione legata alla sola pubblicazione. Ma ricordo che pubblicare un libro non serve se non ci sono dei lettori e delle lettrici. Credo che il valore di un libro, di qualsiasi genere, sia tale quando realizza l’incontro tra scrittori e lettori. La vanità dell’autore può esserci, ma non va confusa con la vocazione artistica, la capacità di raccontare qualcosa agli altri, condividendola.
Detto questo, torno ai libri orientati al business: c’è un lavoro di progettazione forte, ma anche un pizzico di anima. Perché business per business, dietro ci sono sempre delle persone con il loro bagaglio di preparazione e di umanità. E la parola è sempre un atto molto umano, a prescindere dal tipo di libro.

Per nostra esperienza gli scrittori in erba sono abbastanza sicuri di sé e arricciano il naso, quando non protestano se gli editor gli fanno le pulci. È cosí anche per i clienti dei ghost writer?

– Rispetto alla mia esperienza, devo dire che ho trovato clienti estremamente disponibili e propensi ad affidarsi al ghostwriter, in questo caso a me. In particolare, io cerco sempre di creare un clima positivo e, nei momenti di disaccordo, ad esempio su un passaggio o su come sviluppare un argomento, cerco di trovare alternative valide da vagliare insieme alla persona, al fine di non fossilizzarsi su un tema. In questo mi viene in aiuto la scrittura creativa, con i suoi strumenti ed esercizi stimolanti, utili a ovviare le “crisi”. Detto questo, in realtà sono contenta delle mie esperienze: nell’arco di due anni sono cresciuta molto a livello di scrittura, proprio grazie alle esperienze di ghostwriting.

Quali sono gli autori (se non vogliamo chiamarli clienti) piú ostici, presuntuosi e difficili con cui trattare?

– Credo che un autore presuntuoso, difficilmente si affidi a un ghostwriter perché dovrebbe delegare qualcosa che ritiene di proprio esclusivo appannaggio. Al momento, comunque, non ho trovato persone ostiche e nelle difficoltà ho sempre fatto appello al confronto e alle proposte alternative; senza contare che è molto importante sapersi relazionare e quindi, occorre saper gestire il rapporto con il committente nell’ottica della risoluzione del problema.

Qual è, in definitiva, il ruolo del proprietario dell’opera? Chi e quanta voce ha in capitolo nei confronti dell’editore?

– Questa è una domanda di carattere legale e dipende da come sono regolamentati i contratti.
Posso solo dire che, in generale, il ghostwriter svolge il suo operato e riceve il suo compenso (e anche qui le condizioni possono variare in base agli accordi sottoscritti) a volte direttamente dall’autore, a volte dall’editore, e il nome dell’autore compare sulla copertina. Per il resto, va declinato alle specifiche delle contrattazioni.

Sei ancora molto giovane e quindi ti sarai posta degli obiettivi: scrittrice di romanzi, poetessa, ghost writer? E forse anche editor, che mi pare sia uno dei tuoi impegni attuali.

– Il fatto di scrivere non significa per forza dover percorrere una sola strada, anzi vivere di scrittura percorrendone una sola, specie in Italia, è pressoché impossibile, anche qualora si arrivi a certi livelli. Ci sono scrittori e scrittrici famose che fanno anche i/le ghostwriter, per esempio; oppure sono traduttori o sceneggiatori. Fatta questa premessa, per come sono io, vedo difficile operare una sola scelta, anche per un’esigenza di diversificare le attività. Ma ci sono delle esclusioni da fare a priori: la poesia è un ambito che ho deciso di accantonare per dedicarmi alla prosa. Quindi mi vedo soprattutto scrittrice di romanzi, sperando anche di poter lavorare per il cinema o la serialità televisiva. Ho lavorato come sceneggiatrice in un docufilm, esperienza che mi ha permesso di conoscere uno staff di giovani in gamba. Inoltre, sono consulente di scrittura creativa, metodo che mi aiuta tanto nella scrittura di ogni giorno e che cerco di trasmettere in modo personale a chi si rivolge a me.

Dove trovi le tue maggiori soddisfazioni?

–L’esperienza di ghostwriter mi sta dando soddisfazioni e stimoli importanti, esattamente come l’editing: il lavoro di correzione sul testo degli altri è una bella sfida. Io credo che ogni tassello sia una parte importante nel puzzle del percorso professionale. Continuo a lavorare, a studiare e, certo, il ghoswriting sembra essere un lavoro “privo di anima” perché sembra portare all’annullamento dello scrittore. Ma anche in questa professione un autore porta sé stesso, un pezzettino del suo sentire. Ogni parola scelta, è una sfumatura. E anche diventando un fantasma (ora lo dico all’italiana) un pezzo di anima traspare.

Abbiamo, senz’altro, rivalutato il ghost writing o, quanto meno, ne sappiamo qualcosa in più.
Grazie Roberta, buon lavoro e buona fortuna

– Sono io che ringrazio voi che avete avuto la bella idea di inventare MetaÀlice una rubrica che potrà essere utile al mondo dell’editoria. E per le vostre domande che mi hanno dato l’opportunità di parlare dell’attività di ghostwriter, sviscerando alcuni aspetti della professione. Quindi bisognerebbe evitare il pregiudizio: non è da considerare il lavoro dello scrittore che non ha sfondato, ma è un mestiere a tutti gli effetti. E come avviene per tutte le professioni, la differenza la fa sempre chi lavora bene, con cognizione di causa e passione.

Dialogando con una ghostwriter
Roberta De Tomi durante una conferenza dedicata a Lewis Carroll nel luglio 2021 a Fiuggi