Prosegue l’analisi del prof Bruno Fabbiani sulle affermazioni rilasciate da Peter Schöffer ‒ assistente di Johann Gutenberg ‒ all’abate Tritemio.
Nella Cronaca Irsaugiense, Tritemio così prosegue nella sua esposizione: «In seguito questa invenzione venne a perfezionarsi, ed esse trovarono il modo di fondere le forme di tutte le lettere dell’alfabeto latino da loro chiamate ‘matrici’, di cui si servirono successivamente per fondere dei caratteri di rame o di stagno, mediante i quali potevano stampare tutto ciò che volevano, mentre prima essi [i caratteri – ndr] si tagliavano a mano.»
La fusione delle forme
Il riferimento citato da Tritemio – trovarono il modo di fondere le forme – evidenzia una non corretta conoscenza del provvedimento di produzione dei caratteri, in quanto questi ultimi, che erano fusi, e non le forme dalle quali essi dovevano essere generati.
Per quanto riguarda la fusione dei caratteri di rame o di stagno Tritemio (che in questo brano non ricordava i dettagli tecnici del processo esaminato 30 anni prima) incorre in un’altra imprecisione: se è vero che la fusione dei caratteri di stagno era possibile e consueta nel ‘periodo pionieristico’ (lo stagno era ottenuto principalmente dalla cassiterite con un punto di fusione di 232°C) la produzione dei caratteri in rame (quest’ultimo ricavato principalmente da calcopirite e calcosina) doveva avvenire a una temperatura di oltre 1000°C.
Eseguire il getto manuale dei caratteri in rame era sicuramente meno agevole e piú rischioso rispetto a quelli in stagno o in piombo.
Le incongruenze di Tritemio sono sorprendenti, tenuto conto che quando scrisse questo testo aveva l’opportunità di continuare a frequentare la prima tipografia di Magonza (ereditata da Johann Schöffer nel 1503) all’interno della quale poteva verificare il reale processo di produzione dei caratteri mobili.
L’autore di questa ricerca [Bruno Fabbiani – ndr] ritiene invece che Gutenberg sia il vero inventore delle stereotipie monoblocco (derivate da calata di metallo fuso su matrici metallografiche punzonate): pertanto la stessa punzonatura non può essere attribuita a Schöffer.
Implicitamente questa priorità esclude Schöffer dalla paternità dell’uso delle forme con grafismi in incavo, in quanto questa metodica era stata messa a punto a Strasburgo (almeno 10 anni prima che Gutenberg si associasse con Fust). L’eventuale rivendicazione di questa tecnica da parte di Fust e, successivamente, da Schöffer è dunque inattendibile.
«Ed in effetti l’arte della stampa, incontrò nei suoi primordi, grandi difficoltà, come io (Tritemio) l’intesi dire, piú di 30 anni addietro da Pietro Opilio (il cognome di Schöffer, che significa Pastore, latinizzato) di Gernscheim, cittadino di Magonza, genero del primo inventore (Fust) di questa arte.»
Tritemio era nato nel 1460 e il suo interesse professionale per i libri stampati si può presumere si verifichi non prima di 20-25 anni di età, ciò significa che Tritemio aveva avuto informazioni da Schöffer negli anni 1480-85 circa. Infatti, se a questo periodo, sommiamo i 30 anni trascorsi da questo incontro, la data finale arriva a quella del 1510-15 (periodo molto prossimo alla sua morte avvenuta nel 1516).
«Ora Pietro Opilio (Schöffer) primo operaio (dopo l’estromissione di Gutenberg dalla società con Fust nel 1455) e in seguito genero, come ho detto del primo inventore (Fust) dell’arte della stampa, (Schöffer) uomo ingegnoso ed avveduto immaginò un mezzo piú facile per fondere i caratteri e perfezionò l’arte al segno in cui la vediamo in questi giorni.»
Le precedenti affermazioni evidenziano incongruenze multiple in quanto Tritemio all’inizio del suo testo attribuisce l’invenzione a «Giovanni Gutenberg di Magonza» incisore di tavole xilografiche, poi ritiene Gutenberg e Fust autori della fusione dei primi caratteri mobili con lettere latine; in seguito attribuisce a Schöffer «un mezzo piú facile… (1505-1515).»
È importante evidenziare che nelle affermazioni di Tritemio non si fa riferimento:
1) al sistema di “punzonatura metallica su matrice di rame” come arbitrariamente riportato dagli storici del XVIII secolo;
2) si indica un mezzo (non definito) per fondere i caratteri, che dovrebbe costituire il vero contributo tecnico nell’evoluzione produttiva dei caratteri mobili (ossia l’invenzione della fonditrice a passo variabile, nota come mould).
La diffusone della tipografia in Europa
«Questi inventori (Fust e Schöffer) tennero segreta la loro scoperta durante qualche tempo fino a che gli operai della loro officina la divulgarono prima a Strasburgo e in seguito in altri Paesi. »
Quest’ultimo periodo del testo di Tritemio rivela sia le incongruenze cronologiche espresse da Schöffer, sia la sua sedicente attribuzione inventiva dei caratteri mobili, in quanto:
1) quando Schöffer, tramite Tritemio, afferma che «gli operai della loro officina la propagarono (le loro metodiche tecniche) prima a Strasburgo e in seguito in altri Paesi» fa riferimento alla guerra civile scoppiata nel 1462 a Magonza. Viceversa, alcuni anni prima Mentelin a Strasburgo aveva già realizzato e venduto i primi volumi prodotti con caratteri mobili.
2) Le affermazioni di Schöffer riportate da Tritemio avvengono quando Giovanni Mentelin era già morto da 7 anni (a478) e quindi non poteva contestarle.
Il fatto che lo stesso Schöffer indichi Strasburgo come primo Paese a venire a conoscenza dei segreti della tipografia magontina “è perlomeno sospetto” giacché (dopo le iniziali sperimentazioni di Mentelin presumibilmente nel periodo 1456-1458) ivi venne stampata a caratteri mobili la Bibbia dell 49 linee in due volumi: il primo nel 1460, il secondo nel 1461.
Probabilmente i caratteri mobili vennero “importati” a Magonza nel 1460 (con modalità ancora tutte da definire) tanto è vero che solo nel 1462 Fust e Schöffer stamparono, con i caratteri mobili, la Bibbia delle 48 linee.
3) Le nuovi condizioni di concorrenza gormatesi tra le stamperie di Magonza e Strasburgo difficilmente fanno presumere che gli studi sperimentali e le informazioni tecniche relative alla metodica dei caratteri mobili siano state diffuse gratuitamente da Mentelin ai concorrenti di Fust e Schöffer.
Caratteri in blocco e caratteri mobili
A seguito dei contributi che la tipografia ha determinato nella storia della civiltà, tutti gli anni che terminano con la quarta decade (1640, 1740, 1840, 1940) sono convenzionalmente ricordati come l’anniversario dell’anno di nascita dell’invenzione dei caratteri fusi in blocco (Strasburgo 1440) mentre l’invenzione dei singoli caratteri mobili è piú tarda di almeno 15 anni.
In occasione del III centenario della stampa tipografica occidentale (1440-1740) l’editore e bibliografo francese Prospero Marchand (feudo dei Guise 1675, Amsterdam 1756) scrisse il libro “Histoire de l’origine et des premiers progres de l’Imprimerie” pubblicato all’Aia nel 1740 (vedi immagine in apertura).
Nelle prime pagine di questo volume Marchand riporta le affermazioni di Tritemio attribuendo a Schöffer la costruzione della prima fonditrice di caratteri (mai dimostrata) e allo stesso tempo considerandolo “l’inventore e il padre della vera e reale stampa tipografica”.
Questa importante attribuzione inventiva non trova riscontro nell’illustrazione calcografica adiacente al frontespizio dello stesso volume, in quanto, accanto ai ritratti (di fantasia) di Gutenberg e Fust, non c’è l’effige di Schöffer, infatti è presente la sola iscrizione del suo nome e cognome all’interno di un medaglione orizzontale vuoto!
Venticinque anni dopo questa pubblicazione, il giurista olandese e sindaco di Rotterdam Gerardo Meerman (Leyda 1722, Aquisgrana 1771) scrisse alcune opere sulle origini della stampa, l’ultima della quali ha il titolo “Origines Typographicae” pubblicato all’Aia nel 1765.
È un’opera in due volumi: nel secondo è riportata una fondamentale summa dei riferimenti bibliografici della genesi tipografica ripartita in due sezioni (Classis I e II). Nei primi sessant’anni della prototipografia (1439-1499) sono citati ben 44 riferimenti bibliografici. Tuttavia si deve rilevare che nella prima sezione (al rif. 3*) se ne deve integrare un altro fondamentale risalente alla metà degli anni ‘60 del Quattrocento, quello redatto da Leon Battista Alberti.
Specifiche analisi su questo importante riferimento storico-bibliografico sono state eseguite la collega Niccolò Galimberti, la cui documentazione con il titolo “Il De componendis cyfris di Leon Battista Alberti tra crittografia e tipografia” è attualmente in fase di pubblicazione [2007] negli atti delle Conferenze Culturali sulla prototipografia svoltesi nel settembre 2006 presso il Monastero Benedettino di Santa Scolastica di Subiaco, già sede della prima tipografia italiana.
Tornando alla Origines Typographicae si deve evidenziare ai lettori che questa pubblicazione ha un pregio poco noto: è una delle prime edizioni che contiene tavole calcografiche riproducenti manualmente testi prototipografici.
Nella figura è riprodotta una colonna di testo stampata nel 1467 da Ulrich Zel, prototipografi di Colonia nel 1466. La tradizione vuole che Zel abbia imparato l’arte della stampa direttamente da Gutenberg.

Prospero Marchand “Histoire de l’origine …” pubblicato all’Aia nel 1740

Colonna di testo stampata nel 1467 dal prototipografo Ulrich Zel

Pubblicazione in occazione del secondo centenario della nascita della tipografia (1640)
Da Graphicus gennaio 2007
Scrivi un commento