Dall’elettronica e la robotica alla poesia: il caso di due scrittori che condividono la parentela e la poesia. E con un certo successo.
Vanna Pizzetti, la collega giornalista dell’industria grafica che da qualche hanno ha posato la penna per dedicarsi al volontariato e agli incontri letterari, intervista due poeti, che hanno in comune solo il grado di parentela tra loro. Vediamo cosa condividono e cosa li separa.
Vanna Pizzetti ‒ Scrivete entrambi poesie. Vediamo innanzi tutto qual è il genere che affrontate. Alberto, innanzi tutto qual è, o qual è stata, la tua attività principale nella vita?
Alberto Accorsi ‒ Sono stato tecnico di manutenzione hardware per la IBM…
V P ‒ Poco poetico… direi. Dimmi quindi cosa ti ha spinto verso la poesia?
Alberto Accorsi ‒ Ti parlerò con i versi “Dice Cyrano” nella canzone di Guccini… quindi senz’altro il bisogno di espressione e un’incapacità di soddisfarlo se non in modo concentrato attraverso messaggi più o meno chiari. Avere qualcosa di vero, di vissuto, da dire e provare a dirlo… La forma la ricerca della parola più adatta viene dopo. Difficili da capire perché difficili da rivivere le emozioni alla base delle poesie della tradizione… in un certo senso per iniziare occorre fare piazza pulita delle letture, delle fantasie… che riemergeranno se sarà il caso a tempo debito.
E poi c’è anche qualcosa di impersonale e di non previsto… le litanie di zia Armentina… le poesie d’occasione di Gianfranco, e poesie dei miei fratellini…
V. P. ‒ Quando hai iniziato a scrivere?
Alberto Accorsi ‒ Forse il primo tentativo risale a una cinquantina d’anni fa… una poesia… incantato dal fascino del ribelle Rimbaud. Nei versi echeggiavano i colori di una via di Novate nella quale noi ragazzi d’allora ci trovavamo. Avevo letto anche l’impenetrabile Dylan Thomas, ma appunto, lo trovai impenetrabile. Poi più nulla per tanti anni. Nel 2002 muore mio papà che credevo e speravo immortale… A tu per tu con la morte di quanto hai sempre avuto caro… con la morte tout court. Questa condizione mi ha spinto a lasciare perdere prudenza… timidezza… sentivo il bisogno di dire la mia. Il mio Dio era morto, di che potevo aver paura? Ho ricominciato o meglio cominciato a scrivere qualcosa. Ho frequentato la Palazzina Liberty dove Ennio Abate (che a oggi guida Poliscritture) coordinava un gruppo chiamato Moltinpoesia.
V. P. ‒ Ci sono degli autori che ti hanno influenzato?
Alberto Accorsi ‒ Come dicevo, Rimbaud, Baudelaire, Cesare Pavese, T.S.Eliot… Ezra Pound, ma soprattutto le canzoni di Fabrizio De André capaci di avvolgermi nell’atmosfera che respiravo a vent’anni.
V. P. ‒ Dove trovi l’ispirazione per le tue poesie?
Alberto Accorsi ‒ Ovunque.
V.P. ‒ Scrivi a mano o al PC?
Alberto Accorsi ‒ Sul PC, ma a mano solo qualche verso quando non ho a portata di mano il PC o il cellulare se temo che mi scappi…
V.P. ‒ Hai mai pubblicato? Come, con chi?
Alberto Accorsi ‒ Con CFR: Odì, 2014; con ILFILOROSSO: Caldarroste, 2022; con S4M : la ristampa di Odì e Corvo uccide colomba, 2023.
Da Alberto a Claudio, ma sempre elettronica…
V.P. ‒ Passo ora la parola all’altro poeta, cugino di Alberto e mio.
Claudio, ti pongo le stesse domande. Qual è o qual è stata, la tua attività principale nella vita?
Claudio Accorsi ‒ Dopo gli studi in elettronica, ho lavorato per molti anni nell’industria in particolare nella ricerca e sviluppo e innovazione di sistemi per il controllo di processi, sensori in molti settori dell’automazione, robotica, e medicale. Salendo ai vertici delle diverse aziende ho avuto nel tempo la sensazione di un vuoto, la mancanza di una parte tangibile, fisica del lavoro mi ha spinto nel cercare dentro le emozioni che nutrivano il mio essere.
V.P. ‒ Anche in questo caso nulla di poetico… Cosa ti ha spinto verso la poesia?
Claudio Accorsi ‒ Il bisogno di comunicare senza maschere, mettersi a “nudo” verso se stessi e gli altri, senza ruolo e gerarchia. Il sogno di vivere anche una parte della vita solo fino ad allora sognata e in parte ricordata.
V.P. ‒ Letture?
Claudio Accorsi ‒ Le letture solitarie a lume di candela, in quel limbo di terra, selvaggio isolato in Liguria, lavorare la terra per poi raccogliere e accogliere se stessi.
V.P. ‒ E quando hai iniziato a scrivere?
Claudio Accorsi ‒ Ho iniziato a scrivere frammenti, appunti di frasi, parole, che mi colpivano come se arrivassero in punti della mia mente in attesa della scintilla.
V.P. ‒ Ci sono autori che ti hanno influenzato?
Claudio Accorsi ‒ Sono stati diversi in periodi particolari della mia vita, probabilmente Alda Merini, Emily Dickinson, Arthur Rimbaud.
V.P. ‒ Dove trovi l’ispirazione ?
Claudio Accorsi ‒ In tutto quello che mi circonda: la gente, la natura in particolare, le mie angosce, paure, i sogni. Alcuni mi hanno detto che è come guardare il mondo in caleidoscopio, creando immagini, emozioni in diverse forme e colori della vita.
V.P. ‒ Scrivi a mano o al PC?
Claudio Accorsi ‒ Le poesie che scrivo sono il risultato di un processo emotivo, di una sofferenza, ma anche creativo, a volte poche parole, strofe su un pezzo di carta, un appunto su uno scontrino, sul telefono, certe volte mi sono dovuto fermare in autostrada per il bisogno impellente di scrivere; mai direttamente su un pc.
V.P. ‒ Hai mai pubblicato?
Claudio Accorsi ‒ Ho pubblicato una raccolta di poesie, che ho scritto in circa dieci anni, diciamo in tarda età, dai cinquanta anni in poi. La pubblicazione è stata una opportunità per mettere insieme parte della storia della mia vita, leggevo oltre che ai miei famigliari nelle pause durante la giornata lavorativa ai colleghi, che “subivano” con piacere le letture. Sono stati proprio loro a suggerirmi di pubblicare “Il fiore sei tu“.
V.P. ‒ Quali sono state le difficoltà per pubblicare?
Claudio Accorsi ‒ Le stesse che immagino abbiano molti: ho mandato a diverse case editrici il testo, senza mai avere un riscontro, poi invece la casa editrice “Ilfilorosso” di Cosenza mi ha dato un riscontro positivo e supportato nella pubblicazione.
V.P. ‒ Soddisfazioni?
Claudio Accorsi ‒ Le soddisfazioni sono arrivate ogni volta che chi leggeva una poesia mi riportava le proprie emozioni, la propria interpretazione, mi dicevo “ho comunicato” sono entrato nel vivo.
V.P. ‒ Quali prospettive hai per il futuro immediato? E quale messaggio vorresti dare ai giovani che amano scrivere e poetare?
Claudio Accorsi ‒ Continuare a scrivere e comunicare, spiegare, compensare attraverso la poesia il vuoto di empatia, amore e sincerità della nostra vita. Ai giovani che amano scrivere direi: non andate sempre diritti, sperimentate, guardate da un caleidoscopio, create prima di tutto per voi, gli altri non aspettano altro.

Il Fiore sei tu
Grazie
Nell’immagine in alto: Claudio (a sx) e Alberto Accorsi (a dx) durante un reading alla Biblioteca Tadino di Milano
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