Con il titolo Plain Packaging: Il Nuovo Proibizionismo, Competere analizza gli effetti negativi del tentativo di imporre un packaging anonimo sul prodotti del tabacco.

Il Plain Packaging (PP) consiste nella rimozione di loghi, marchi, colori e qualsiasi elemento grafico dagli imballaggi di prodotti a base di tabacco (ma con la possibilità che possa estendersi a diverse industrie).
Solo 17 paesi al mondo hanno emesso norme a favore del così detto Plain Packaging (PP) su tabacco. Ove applicata, si è rivelata una pratica controproducente rispetto agli obiettivi prefissati dai legislatori e pone diverse questioni circa la tutela della proprietà intellettuale e il rispetto dei brand.
In Australia l’utilizzo di prodotti a base di tabacco non è diminuito. I dati non dimostrano un calo statisticamente significativo del tasso di fumo giornaliero complessivo, rappresentando il primo caso di non declino in 23 anni, di cui gli ultimi sette caratterizzati dalla normativa sul PP. La stessa situazione si è verificata in Francia e Regno Unito.

Solo danni economici

La rimozione del marchio potrebbe minacciare altri settori. In molti nell’ambito della salute sostengono che un approccio simile dovrebbe essere preso in considerazione per prodotti del settore agro-alimentare, in particolare modo quelli a base di alcol e zucchero.
Il report prodotto da Brand Finance sul Plain Packaging, analizzando il potenziale impatto sui marchi di alimenti e bevande di quattro categorie (alcol, dolciumi, snack salati e bevande zuccherate), ha concluso che se a queste categorie venisse applicata questa policy, il valore dei loro marchi potrebbe subire un calo pari a $ 187 miliardi.

La regolamentazione del PP ignora il fatto che il consumatore non sceglie di compiere un’azione basandosi su un brand unico ma usa il branding per differenziare i prodotti disponibili sul mercato. Ed è questa la principale fallacia del metodo “proibizionista” che, infatti, non ha prodotto i risultati sperati.
Il Plain Packaging si rivela così doppiamente penalizzante per le aziende, privandole della capacità di competere equamente, di tutelare adeguatamente il proprio brand e di innovare in tutti i settori. Per i consumatori, privandoli della possibilità di fare scelte informate e di poterle compiere in un ambito di sicurezza (rispetto ad esempio ai prodotti contraffatti o privi di marchio).
E, peggio – conclude l’articolo di Competere – sul fronte della sicurezza, il PP offre un vero assist all’attività di contrabbando in ogni campo. Riprodurre in maniera ottimale un packaging così semplice e minimalista è estremamente semplice per i professionisti dell’illecito. Si sono infatti registrati significativi aumenti dei prodotti contraffatti e/o di contrabbando in seguito all’applicazione della “confezione neutra”.
Occorre quindi tutelare la libertà di scelta dei consumatori e continuare a difendere i diritti di proprietà intellettuale deve essere una priorità.