C’è qualcosa di profondamente incoraggiante nel Salone Internazionale del Libro di Torino 2026. Ne parliamo in questo Speciale.

In un tempo in cui l’editoria sembra costretta a rincorrere algoritmi, piattaforme, streaming e contenuti sempre più veloci, il tema scelto per questa edizione: Il mondo salvato dai ragazzini, omaggio all’opera di Elsa Morante, ha riportato al centro ciò che conta davvero: i lettori di domani.
E forse anche quelli di oggi.

La notizia più interessante, infatti, non sono soltanto i numeri, ma il fatto che il Salone abbia saputo attirare un pubblico giovanissimo, con una partecipazione delle scuole cresciuta del 25%. Un dato che, per chi lavora nella stampa, nella grafica e nell’editoria, vale più di molte campagne pubblicitarie.
Perché senza nuovi lettori non esiste futuro per il libro. E nemmeno per la carta.

Non per nulla era presente la Federazione Carta e Grafica con Emanuele Bona ‒ consigliere della Federazione e dell’Unione Industriali Torino ‒ che, prendendo spunto dal libro “Il diavolo in tasca” di Carlo Verdelli, ha parlato di iperconnessione e crisi della lettura da quando gli smartphone hanno segnato la rivoluzione probabilmente più impetuosa e dirompente della storia: mai un oggetto ha condizionato l’umanità in maniera così universale e pervasiva. “Una riflessione seria e non ideologica sul rapporto tra digitale e analogico ‒ ha detto Bona. ‒ Come Federazione Carta e Grafica crediamo che innovazione tecnologica e strumenti tradizionali debbano convivere in equilibrio, soprattutto nei percorsi educativi delle nuove generazioni.
Una riflessione equilibrata sul rapporto tra strumenti digitali e analogici.

Libro pretesto o protagonista?

Naturalmente il Salone 2026 ha mostrato anche l’altra faccia dell’editoria contemporanea: quella sempre più contaminata dall’audiovisivo, dal digitale e dall’intrattenimento multipiattaforma.

A Torino si è parlato molto di streaming, serie TV e intelligenza artificiale. Persino Netflix ha avuto un ruolo importante con incontri dedicati agli effetti dell’audiovisivo sull’editoria e sui lettori, presentando una ricerca realizzata con NIQ sul rapporto tra libri, film e serie televisive.

È il segno dei tempi. Ma, a mio parere, anche un piccolo campanello d’allarme.  Perché il rischio, talvolta, è che nei grandi eventi culturali il libro finisca per diventare il “pretesto” anziché il protagonista. E chi lavora nel mondo della stampa sa bene che non tutto ciò che racconta storie produce lo stesso tipo di esperienza cognitiva.

La carta non è nostalgia

La carta, da questo punto di vista, continua ad avere qualcosa di unico. Leggere su pagina stampata richiede lentezza, attenzione, memoria, profondità. Numerosi studi confermano come la lettura su supporto cartaceo favorisca comprensione e capacità critica più di quella frammentata sugli schermi.

In altre parole: la carta non è nostalgia. È tecnologia cognitiva.

Meglio 1110 libri veri

Eppure, diciamocelo chiaro,  il cuore autentico del Salone non si trova probabilmente nei grandi palchi o nei “soliti noti” inseguiti per un selfie o un autografo.
Noi lo abbiamo trovato, e vissuto, negli stand più piccoli. Nelle realtà indipendenti. Nei volti, forse stanchi ma felici, degli editori che ancora credono che un libro possa cambiare qualcosa.

Tra le testimonianze più belle raccolte in questi giorni c’è quella del gruppo di piccoli editori riuniti sotto il segno di “Altre Voci”. Una dichiarazione d’amore per il mestiere editoriale che vale più di qualsiasi report di marketing:

Il Salone del Libro è MASSACRANTE! (…) ma ho negli occhi e nel cuore le tante persone in cerca di libri e mi sento un privilegiato a lavorare in questo mondo.

Poi arriva il dato che racconta meglio di qualunque statistica il senso profondo di una fiera del libro: “1110 libri venduti.
Non visitatori. Non like. Non visualizzazioni.
Libri veri.
Millecentodieci oggetti stampati che hanno trovato casa, mani, scaffali, occhi. Millecentodieci possibilità di creare pensiero, immaginazione, dialogo.

Per chi opera nella filiera grafica e cartotecnica questo numero ha quasi qualcosa di simbolico. Perché ogni libro venduto significa carta trasformata in esperienza. Significa stampa che diventa memoria. Significa progetto grafico, rilegatura, copertina, inchiostro, illustrazione, tipografia.
Significa lavoro culturale concreto.

Salone Libro Torino

Salone Libro Torino: entusiasmo dei ‘ragazzi’ di AltreVoci per il numero 1110

Educare alla lettura è educare allo stupore

Uno degli aspetti più intelligenti del Salone 2026 è stato proprio il grande spazio dedicato all’educazione alla lettura.  Non come attività scolastica obbligatoria, ma come esercizio di curiosità.
Gli incontri dedicati agli albi illustrati, alla creatività, ai silent book, ai laboratori di pop-up e cartotecnica hanno ricordato quanto il libro sia anche un’esperienza materiale e sensoriale. Un oggetto da toccare, aprire, sfogliare.
In questo senso è particolarmente significativo che si sia parlato di kamishibai, illustrazione, libri animati e progettazione cartotecnica. Perché il futuro del libro stampato non passa soltanto dalla nostalgia della lettura tradizionale, ma dalla capacità di valorizzare tutto ciò che il digitale non riesce a replicare: fisicità, sorpresa, relazione tattile.

Bellissimo anche il titolo di uno degli incontri: Leggere rende bello il mondo.  Una frase che può sembrare ingenua solo a chi non ha mai visto un bambino aprire un libro illustrato con meraviglia autentica.

Crescere nell’era dell’IA

Naturalmente il Salone non ha ignorato il presente, e il futuro. Molti incontri hanno affrontato il rapporto tra giovani e intelligenza artificiale, tra identità digitale, ansia, relazioni e nuove tecnologie.
Interventi come quelli di Vittorio Gallese o Luciano Floridi hanno posto domande importanti: quale spazio resta alla competenza umana? Che cosa significa crescere immersi in un’esistenza digitale? Come evitare di subire la tecnologia?
Sono interrogativi inevitabili. Ma forse proprio per questo il libro cartaceo acquista oggi un valore ancora maggiore: non come opposizione ideologica al digitale, ma come spazio lento di concentrazione e libertà mentale.

Il Salone che serve davvero

Forse, allora, il vero successo del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026 non sta nei record di affluenza.   Sta nell’aver ricordato che leggere è ancora un gesto umano fondamentale.  Sta nell’aver dato spazio ai ragazzi, agli illustratori, ai piccoli editori, alla scuola, alla creatività, alla fragilità e perfino alla fatica di chi continua ostinatamente a fare libri.
Perché, alla fine, un Salone del Libro dovrebbe servire esattamente a questo: non soltanto a vendere cultura, ma a costruire lettori.

E magari ‒ come suggeriva Elsa Morante ‒ anche un mondo un po’ migliore.