Dopo la parentesi riprende a descrizione del Viaggio con la visita di Bruxelles.

Questi grandi magazzini oltre a fornire ogni possibilità di scelta per il pranzo a prezzo contenuto, compresa una dolce purè di mele con un paio di würstel, erano ben forniti di ogni cosa che potesse passare per la mente a un autostoppista. Mi colpirono i sacchi a pelo per soli 200 franchi belgi, l’equivalente di circa 5000 lire. Tutti i generi per campeggio erano molto economici. Ma noi non acquistammo nulla.
Andammo poi a girare un po’ nel centro di Bruxelles prima di tornare all’ostello. Appena giunti ci colpì a una ventina di metri di distanza la voce stentorea di un italiano che stava dando spettacolo: era un senese grande e grosso che girava l’Europa in autostop lavorando quando gli mancavano i soldi. Era uno studente di chimica, sempre molto allegro e gioviale. Era di ritorno da Ostenda e si dirigeva a Colonia per cercare un nuovo lavoro lavoro.
Facemmo subito amicizia, dato che tra gli altri italiani presenti, un milanese non si adattava all’allegria del senese e i due napoletani, di cui non capivamo una parola, non sembravano neppure italiani. Il chimico senese ci raccontò un po’ delle sue avventure, i suoi giri in Inghilterra, in Svezia, in Norvegia e con lui la serata passò in allegria tutta mediterranea.
Il giorno seguente, domenica 7 agosto, il tempo al mattino presto era ancora incerto, ma non minacciava pioggia, tanto che dopo poche ore il cielo si schiarì e uscì un bel sole. Il nostro programma prevedeva di restare ancora una giornata nella capitale e pensavamo di andare in giro con il senese, quando due ragazze irlandesi ci chiesero se sapevamo, dato che eravamo italiani, dove si poteva trovare una messa cattolica. Ci offrimmo di accompagnarle perché anche noi dovevamo andare a messa e stavamo già per scordarcene. Lasciammo il senese e insieme a loro ci recammo cosí a una chiesa non lontana in stile gotico, ma non antica, dove ascoltammo la messa in francese. Anche questo è un fatto che ci sorprese perché all’epoca le messe, almeno in Italia, si dicevano ancora in latino. Usciti, si decise di andare tutti insieme a vedere l’Atomium, il famoso atomo gigante che era appena stato costruito e che era, dicono, la maggiore attrazione di Bruxelles. Ancora oggi l’Atomium domina il grande spazio antistante il quartiere fieristico della città, non lontano dallo stadio Hejsel.
Naturalmente andammo a piedi anche se la distanza era notevole, ma eravamo una allegra combriccola. Strada facendo non ci mancò l’occasione per scherzare sulla lingua inglese delle due ragazze e soprattutto sulla strana lingua irish che parlavano tra loro. Lì per lì ti sembra un inglese
incomprensibile, di cui ha l’accento o la cadenza, ma non capisci neppure una parola, e senti come un fruscío, per le tante scià e cose del genere che ripetono. Ci insegnarono almeno che scià, o sha, significa sí.
Dopo molto camminare si giunse a un enorme prato, che le irlandesi ci fecero attraversare a scalzi perché l’erba fa bene ai piedi, dicevano. In fondo, o meglio in cima al prato in leggera pendenza si vedeva l’Atomium, la gigantesca costruzione in acciaio e vetro con tutti gli elettroni che girano attorno al nucleo e cui legami atomici sono costituiti da enormi tubi d’acciaio. Nel nucleo hanno costruito un grande ristorante al quale si accede per mezzo di un ascensore, e poi da quello si può salire o scendere ai vari elettroni. atomium-miniature
Sotto questo atomo c’era un plastico del Belgio con tanto di autostrade e i monumenti piú importanti di ogni città. Ostenda era poi divisa dagli spettatori, da una “manica” di mare.
Passando il tempo davanti a queste meraviglie ci dimenticammo che era l’ora di mettere qualcosa sotto i denti. Naturalmente il ristorante del nucleo atomico non era alla nostra portata, per cui prendemmo un tram per tornare in città dove ci mettemmo a cercare qualcosa adatto alle nostre finanze. Ma era l’una e per di piú era domenica. Che fare senza dover andare al ristorante? Trovammo per nostra ventura, o per mala sorte, un ristorante italiano e le irlandesi non vollero saperne di andare altrove. Riuscimmo a cavarcela con un piatto di spaghetti, a dire il vero ottimi. C’erano qui altri due italiani dell’ostello, uno di Modena e l’altro di Ancona: fu con loro che rimasi per andare poi a vedere un’altra parte di città, e cosí salutammo le irlandesi che tornarono all’ostello. Passammo la giornata a visitare il centro di Bruxelles. Alla sera, rientrati in ostello incontrammo altri esperantisti: francesi e jugoslavi con uno dei quali rimasi qualche tempo in corrispondenza. Naturalmente fummo accolti festosamente quando ci rivolgemmo loro in esperanto, anche Pierino lo parlava perché aveva seguito un corso prima di me. Andammo poi a dormire dopo aver fatto un semplice piano di viaggio per il giorno seguente: prima tappa Bruges, tappa d’obbligo per vedere il Manequin Pis, simbolo del Belgio. Poi si vedrà. Non avevamo obiettivi precisi se non di arrivare in Danimarca dove ci aspettava Inge, una ragazza con cui ero in corrispondenza, entro la metà di agosto, attraversando l’Olanda. Per il resto tutto era lasciato al caso. Sempre con la mappa degli ostelli a dare una parvenza di itinerario.

La mattina dell’otto agosto ci alzammo presto, e già verso le 7,30, e con il cielo coperto ci stavamo dirigendo a est verso la strada che porta a Ostenda.
Ci incamminammo per la Grande Avenue verso quel Palazzo Reale che già avevo visto al mio arrivo e che avevo scambiato per la stazione. Per raggiungere l’uscita dalla città dovevamo percorrere almeno cinque km a piedi, guai a pensare di prendere un tram. Ma in quel momento un collega autostoppista fermò un’auto e dato che la direzione non era quella giusta per lui, ne approfittai chiedendo se ci poteva portare verso l’uscita dalla città. Evitammo cosí il lungo trasferimento che ormai sapevo per esperienza quant’era noioso come si sarebbe confermato in seguito. Il nostro autista ci lasciò oltre i confini della città per cui ci mettemmo tranquillamente ad attendere il nostro passaggio.

Leggi qui le puntate precedenti:
Prologo
CAPITOLO I
CAPITOLO II
— CAPITOLO III —

Il viaggio riprende con il CAPITOLO V – Le Fiandre verso l’Olanda