La frase è di quelle che pesano come un macigno, soprattutto quando a pronunciarla è il Presidente di Assolombarda, Alvise Biffi. “Non ci sono soldi per la Transizione 5.0” – lo scrive sui suoi canali social, ma l’eco arriva ben oltre Milano, attraversa fabbriche, reparti produttivi, centri di ricerca, e rimbalza forte anche nei nostri settori: stampa, cartotecnica, packaging.

Il suo commento è un atto d’accusa lucido e diretto: lo stop improvviso comunicato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy sulle risorse del Piano 5.0 è «un deludente segnale di incoerenza» e uno schiaffo a quelle aziende che, pur tra mille incertezze normative, stavano finalmente programmando investimenti strategici per restare competitive.

E chi opera nella filiera grafica e del packaging sa bene che qui non si parla di semplici “macchinari nuovi”, ma di un cambio di paradigma. La Transizione 5.0, per noi, significa: macchine da stampa integrate con sistemi di visione e AI; linee converting che dialogano in tempo reale con ERP e MES; manutenzione predittiva che elimina i fermi linea; sicurezza avanzata per operatori e reparti; analisi energetiche digitali per contenere quei costi che continuano a mordere.

In parole povere: competitività vera, non slogan.

Lo stop che non ci si aspettava

Che il 5.0 partisse in salita lo sapevamo tutti: troppa burocrazia, linee guida in ritardo, incertezza su criteri e documentazione. Ma proprio quando molte imprese – inizialmente scoraggiate – avevano finalmente imboccato la strada della trasformazione, ecco la doccia fredda: fondi esauriti senza preavviso.

Un cortocircuito istituzionale che pesa ancora di più in un momento economico fragile, con un’industria che arranca e investimenti che si fanno solo se le regole sono chiare e durano più di qualche mese.

Il messaggio che arriva alle fabbriche è devastante: prima si invitano le imprese a innovare, poi si chiude il rubinetto a metà strada.

E come ricorda Biffi, «serve una politica industriale stabile, coordinata e accessibile, non misure a intermittenza»

Il paradosso tutto italiano

La delusione del mondo produttivo non nasce dal nulla. Negli ultimi anni molti imprenditori – anche in regioni storicamente stabili politicamente – avevano riposto fiducia in un cambiamento. Fiducia che oggi traballa, dopo tre anni percepiti come immobilismo su nodi strutturali che continuano a essere ignorati: lotta all’evasione (quella vera, non certo delle PMI della nostra filiera, da sempre fiscalmente trasparenti); piani industriali lungimiranti, non bonus spot; visione sull’innovazione e sulla IA, non annunci.

E mentre altri Paesi corrono, e investono senza esitazioni sulla digitalizzazione manifatturiera, noi restiamo impantanati tra decreti tardivi e risorse volatilizzate.

Come se non bastasse, si aggiunge la mancata capacità di usare in modo efficiente i fondi del PNRR, un’altra occasione che rischia di scivolarci dalle mani senza generare valore reale per l’industria nazionale

Chi paga il conto?

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: reparti che attendono di essere ammodernati, investimenti sospesi, programmi di digitalizzazione congelati, e un mercato internazionale che non aspetta.

Nel mondo della stampa e del packaging, dove la corsa alla qualità, alla tracciabilità e alla sostenibilità è ormai una maratona globale, ogni mese perso è un vantaggio competitivo regalato ad altri Paesi.

Le aziende italiane – che pure primeggiano per creatività, know-how, capacità tecnica – rischiano di restare ai box oltre a pagare il conto. E non per mancanza di visione, ma per mancanza di strumenti messi a disposizione da chi dovrebbe sostenere un settore che traina export, occupazione e innovazione.

Serve coraggio, non slogan

Oggi più che mai, servirebbe un atto di coraggio politico: pianificare, facilitare, sostenere davvero chi innova.

Perché se è vero che la Transizione 5.0 rappresenta il ponte verso un’industria più efficiente, pulita e intelligente, allora bloccarla in corsa significa lasciare il Paese indietro di anni.

E questo, per un settore come il nostro, che vive di precisione, di anticipazione dei trend e di investimenti continui, è semplicemente inaccettabile.

L’industria italiana è pronta.
Le imprese sono pronte.
La filiera della stampa e del packaging è più che mai pronta.

Ma il Governo lo è?

Finché la risposta sarà un silenzio accompagnato dalla frase “non ci sono soldi”, il rischio è che altri, fuori dai confini, raccolgano i frutti che le aziende hanno potuto seminare.