Nel precedente articolo ho tentato di spiegare che cosa si intende per anaglifo con un breve percorso storico, alcune notizie sugli utilizzi principali e le nozioni base per crearlo.
Ora, invece, vi mostrerò come lo si può riprodurre in casa con alcune accortezze e qualche aiuto esterno. Presenterò i risultati di un esperimento che condussi durante l’ultimo anno di università di Scienze e Arti della Stampa e che sottoposi al professor Bruno Fabbiani, famoso ormai per aver tentato di svelare i retroscena della Bibbia di Gutenberg e l’utilizzo dei caratteri mobili.
Occorre partire dalla spiegazione del termine e poi sarà richiesta attenzione per comprendere le misurazioni e gli strumenti di cui mi sono avvalsa per riprodurre la mia prima stampa in 3D.
Riepilogando
Stereografia significa scrittura volumetrica. Con questo termine si raggruppano gli stampati che presentano all’osservatore l’illusione ottica della profondità o della terza dimensione, resa tale con l’ausilio di due lenti bicromatiche. Per questo motivo è conosciuta dal vasto pubblico come “stampa tridimensionale” o “3D”. Nella stereografia anaglifica in b/n i due stereogrammi sovrapposti (fotografati) – come abbiamo visto nell’articolo precedente – hanno punti comuni solo nelle zone del soggetto poste all’infinito. Nell’anaglifo nero, si ha la visione di un’immagine in rilievo in b/n con sfumature di grigio.
Per ottenere un buon risultato occorre che i filtri delle lenti bicromatiche siano in sintonia con la gamma spettrale dei due inchiostri utilizzati per la stampa. Quindi il rosso e il blu o il rosso e il verde delle lenti devono essere molto simili spettralmente al rosso e il blu o al rosso e verde dell’inchiostro di stampa. Per verificare ciò esistono degli strumenti chiamati rispettivamente spettrofotometro e densitometro; il primo misura la frequenza d’onda del colore, il secondo la sua densità, ottenendo così la curva di riproduzione del colore. Col densitometro per riflessione si può però misurare sia il colore delle lenti, sia quello di stampa (con il quale si prepara un provino). Si pongono le lenti su un supporto opaco (possibilmente la carta bianca su cui verrà stampato l’anaglifo), si esegue la misurazione e poi la si ripete sul provino dei due colori.
La sperimentazione che segue è stata condotta da me avvalendomi della professionalità di un esperto di fotografia. Ho voluto mettere a confronto metodiche differenti per ottenere un anaglifo in b/n: uno attraverso la stampa esclusivamente fotografica e l’altro per mezzo della fotocopiatrice a colori. Entrambe si sono rivelate efficaci.
Anaglifo b/n stampato fotograficamente
1 Si parte da un negativo in B/N del soggetto (il palazzo in figura 6).
2 Si ricerca la gamma spettrale dei colori rosso e blu da riprodurre, in sintonia con le lenti R/B degli occhiali.
3 Si utilizza l’ingranditore per l’esposizione. (Fig. 1)

Figura 1. Torretta per l’esposizione fotografica
4 Si utilizza lo spettrofotometro per misurare la frequenza del colore delle lenti degli occhiali (rosse e blu). (Fig 2)

Figura 2. Strati della carta fotografica
5 Si espone tramite il filtro rosso il negativo in B/N per ottenere il provino del ciano. Si inseriscono i dati: i secondi di esposizione, l’apertura del diaframma (i dati trovati nell’esemplificazione sono stati: diametro = 4,2 – secondi = 2).
6 Si sviluppa il provino del ciano e si confronta visivamente con la lente degli occhiali.
7 Si controlla con il densitometro e si misura la densità, confrontandola con il valore ottenuto dallo spettrofotometro della misurazione al punto 4.

Provini fotografici
Tre metodi per confrontare i provini ottenuti con le lenti colorate
Primo metodo
Trasparenza (Lenti – occhiali)
Per determinare le densità usiamo il densitometro per trasparenza e per il colore usiamo lo spettrofotometro per trasparenza. Esso ci dà le percentuali di trasparenza e le lunghezze d’onda. (Fig 3)

Figura 3. Curva 1
La Kodak ha delle tavole su cui riporta per valori di trasparenza e di lunghezza d’onda i vari colori, denominati tramite una sigla (es. D76).
Per la riflettanza (Provino fotografico)
Si procede a misurare con il densitometro per riflessione per le densità e per le lunghezze d’onda si utilizza lo spettrofotometro per riflessione. (Fig 4)

Figura 4. Curva 2
Poi, con le tavole Kodak si cerca a che cosa corrisponde e si confronta. Questo procedimento può essere utilizzato solo dalle grandi case: Kodak, Dupont perché hanno situazioni ed elementi di riferimento standard.
I motivi per cui a un profano può non riuscire sono molteplici, i principali sono (Fig 5):
– il bianco della barite
– lo spessore della gelatina
– il supporto più o meno liscio

Figura 5. Gli strati della carta fotografica
Secondo metodo
Scale Brunner (a occhio) – metodo empirico
Ci sono due tipi di tavole: per trasparenza (acetato) e per riflessione (supporto opaco).
Si confronta la lente con il colore che sembra uguale sull’acetato. La stessa cosa si fa per il provino fotografico confrontandolo con le tavole su supporto opaco
Terzo metodo
Occhiali e supporto bianco su cui si stamperà
Si misura con il densitometro per riflessione la densità dei filtri degli occhiali adagiati su supporto bianco. Si ripete la stessa misurazione sul provino.
Confrontati i provini con le lenti, si passa alle fasi successive:
8 Si espone tramite il filtro verde (complementare del magenta) e il filtro blu (complementare del giallo) per ottenere il provino del rosso. Si utilizza lo stesso procedimento precedente. Espongo (diaframma e secondi) con il filtro verde, giro la torretta ed espongo con il filtro blu (diaframma e secondi).
9 Si sviluppa il provino, lo si confronta con la lente e si torna al densitometro.
Tempi di esposizione eseguiti: V=1, B=0,5 VB=0,7 V=1, B=1 V=1, B=1,5
Ottenuti i colori desiderati dello stesso spettro delle lenti o comunque molto simili, si espone il negativo con il primo filtro utilizzando la stessa apertura di diaframma e gli stessi tempi ricavati per il provino.
10 Si sistema la carta fotografica servendosi degli appositi riferimenti, la si fissa con lo scotch e si prepara subito il riferimento per lo spostamento della carta e l’esposizione successiva.
11 Si espone con filtro V e poi si gira la torretta e si espone con il filtro B.
12 Si sistema la carta qualche mm più a destra servendosi dei riferimenti creati.
13 Si espone utilizzando il filtro rosso.
14 Si sviluppa e si asciuga. (Fig 6)

Figura 6. Anaglifo fotografico
L’esperimento è stato provato sia su un solo fotogramma spostato di qualche cm durante la seconda esposizione, sia utilizzando due fotogrammi ripresi con diversa angolazione (alla distanza interpupillare di 5,5 cm tra la prima e la seconda ripresa). La stampa che si è ottenuta si differenzia solo per il cambio dei negativi sulla torretta, senza sfasatura, cioè spostamento della carta fotografica in fase di esposizione.
Anaglifo b/n stampato con fotocopiatrice a colori
Il secondo metodo utilizzato nella mia sperimentazione, è consistito nel fotografare la Mole Antonelliana in due riprese a distanza interpupillare, utilizzando un cavalletto. Gli originali, resi in b/n, sono stati retinati e riportati su pellicola trasparente.

Figura 7. Foto retinata di soggetto realizzato a due riprese
Successivamente il primo fotogramma retinato è stato fotocopiato con il colore rosso su acetato trasparente e il secondo con il colore ciano, sempre su acetato. Sono stati sovrapposti e appoggiati su un foglio bianco per ottenere lo stereogramma opaco. Ne è scaturita un’immagine all’apparenza sfuocata, grigia, che vista attraverso gli occhiali con le lenti degli stessi colori del soggetto stampato, presenta l’illusione del rilievo. (Figg 8, 9, 10)

Figura 8. Prima immagine riprodotta in rosso

Figura 9. Seconda immagine riprodotta in ciano

Figura 10. Anaglifo in b/n
Ieri e oggi
Ieri le moderne macchine fotografiche già permettevano di ottenere l’anaglifo senza alcuno sforzo, basandosi su ottiche particolari inserite in un obiettivo per reflex 25 mm, con il sistema Q-DOS, inventato in Gran Bretagna da David Burder e basato su quattro filtri a mezzaluna inseriti nell’obiettivo. Essi creavano differenti frange di colore a seconda della maggiore o minore nitidezza del soggetto e non per lo sfasamento di due riprese successive o contemporanee. Con il Q-DOS più il soggetto era a fuoco è meno era visibile la sfrangiatura rosso-blu. L’effetto, però funzionava bene quando c’era una ridotta profondità di campo, vale a dire concentrandosi su un soggetto alla volta.
Oggi tutto ciò è possibile non solo con una fotocamera digitale, che realizza la foto in 3D automaticamente, come la Lytro camera plenottica (cattura la propagazione della luce e non un solo flusso) che in fase di post produzione permette di scegliere se realizzare una foto bi o tridimensionale, ma anche scaricando l’app 3D Camera per Android da smarthphone, che trasforma il dispositivo mobile in una fotocamera binoculare. Si procede scattando due foto dello stesso soggetto a distanza interpupillare e si attende che l’app le unisca in un unico scatto tridimensionale, osservabile senza l’ausilio degli occhialini.
Oppure Make it 3D che ha lo stesso funzionamento. Si scattano due foto dello stesso soggetto a distanza di pochi cm l’una dall’altra e l’app crea la foto 3D e con l’utilizzo degli occhiali bicromatici si avrà l’illusione della tridimensionalità.

Fotocamera Lytro plenottica
Ci auguriamo di avervi incuriositi addentrandoci in questa tecnica che non è semplice da intuire, ma è relativamente facile da realizzare.
Commentate e inviateci suggerimenti e i vostri tentativi tridimensionali!
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