In questa tappa si  entra in Olanda attraverso la Zeeland e il Brabante.

La mattina del 9 agosto il tempo non era dalla nostra parte e non prometteva nulla di buono.
Ci rassegnammo a coprirci bene e a preparare le giacche a vento: le nuvole infatti correvano all’impazzata con l’intenzione di preparare qualche brutto scherzo.
Usciti dall’ostello ci incamminammo lungo il canale fermandoci dopo un bivio sperando di essere sulla strada buona, ma quando ci fu detto da alcuni automobilisti che da quella parte si andava verso Ostenda, che non era la nostra meta, e non verso Knocke, riprendemmo i sacchi in spalla avviandoci verso un altro bivio. Ci fu indicata una strada che era ad angolo retto con la precedente, e che portava verso il confine con l’Olanda. E qui non dovemmo attendere a lungo che un signore ci portò fino al prossimo bivio, una decina di km piú avanti. Sulla strada già c’era ad aspettare un giovane con impermeabile e borsa, ma il suo aspetto nulla aveva a che fare con gli autostoppisti; fortunatamente fu subito prelevato e anche noi poco dopo eravamo già in viaggio verso l’Olanda.
Il signore che ci aveva portato fino ai limiti del Belgio ci augurò buon viaggio, ma prima di uscire dal Paese dovevamo spendere gli ultimi franchi rimasti con le provviste. Entrammo in un negozio di generi alimentari e passammo un quarto d’ora divertente a indicare merci e prezzi, perché lì il francese non era piú una lingua familiare, tanto meno l’inglese. Oltretutto i prezzi erano indicati in fiorini olandesi, i gulden, e dovevamo tradurli in franchi belgi, cercando di restare nei limiti dei nostri 60 franchi e pochi centesimi, che erano ben poca cosa.
Dopo di che, dimenticando di andare a cambiare i nostri dollari in fiorini, ci incamminammo sulla strada che portava l’indicazione verso Vlijssingen.
La strada attraversava un bosco e passavano rare macchine perché non era un’arteria di grande comunicazione.
Ci fermammo in attesa e nella speranza che passasse qualche auto diretta in Olanda e subito scoppiò il piú violento temporale da quando avevamo iniziato il viaggio. Le nuvole si erano già ammassate in cielo aiutate da un forte vento che proveniva dall’oceano. Ci furono i primi lampi accompagnati da forti tuoni; calcolando i secondi tra il lampo e il tuono, valutammo che il temporale era a poche centinaia di metri da noi. Non passò molto che un improvviso scroscio d’acqua ci si riversò addosso con la violenza di un nubifragio. Non potevamo far altro che cercare di ripararci sotto i cespugli che costeggiavano la strada, ma non volevamo allontanarci troppo per perdere le rare occasioni per un provvidenziale passaggio. Cercammo quindi di porre al riparo le sacche certo piú preziose delle nostre teste, sia per mantenere i ricambi asciutti, sia per non mandare in poltiglia le preziose provviste alimentari. Ci trovavamo presso l’ingresso di un campeggio, ma non si vedeva anima viva, per cui non ci restò che restare a ripararci sotto alcuni cespugli. Il temporale durò appena venti minuti, almeno per quanto riguarda la violenza, ma fu sufficiente per lasciarci bagnati come pulcini e i pantaloni di tela potevano essere strizzati. Eravamo incerti se ci sarebbe convenuto entrare al campeggio per vedere se fosse possibile cambiarci, quando cominciò a spuntare un timido sole, che ci fece sperare di far evaporare l’acqua accumulata; ma non ci fu il tempo per tirare un sospiro di sollievo che già un altro scroscio ci sorprese all’aperto dandoci il colpo di grazia. Bastarono quei pochi minuti per metterci fuori combattimento e quando il cielo cominciò a schiarirsi altrettanto improvvisamente, in pochi minuti il sole asciugò la strada. Ma non noi!
Stavamo pensando a come passare il resto del tempo per renderci almeno presentabili, quando una bella macchina, non ricordo se una Opel o qualcosa del genere, si fermò a un mio timido segno, ma anzi si sarebbe fermata ugualmente vedendoci in quello stato, perché aveva rallentato già prima di raggiungerci.
Ora noi ci eravamo illusi che se in Olanda un paese porta il nome di Vlijssingen la sua pronuncia sia piú o meno quella, per cui io per indicare la destinazione dissi Flissinghen, cercando di avvicinarmi il piú possibile al suono giusto. Per fortuna fui capito, ma quando i due fratelli che ci avevano preso pronunciarono il nome del paese di parve tutta un’altra cosa. Tanto per cominciare in olandese la V è una via di mezzo tra la v e la f, e il dittongo ij è una via di mezzo tra ai e èi, e la g che è dura come in tedesco è anche un po’ strascicata e la stessa l non è proprio una vera elle. Insomma qualcosa di impronunciabile e praticamente irripetibile da una bocca latina non opportunamente esercitata.
Chiarito l’equivoco mi preparai a storpiare qualsiasi nome olandese mi venisse a tiro, e il mio compito fu da allora quello di cercare di prendere confidenza, si fa per dire, con la pronuncia di quella lingua che i tedeschi definiscono “un mal di gola”, e per dirlo loro…
Durante questo trasferimento potemmo ammirare un paesaggio veramente caratteristico e indimenticabile, che fece meravigliare ancor piú Pierino, nuovo a queste cose. Le strade, grandi e diritte, ora che eravamo usciti dal bosco, attraversavano campi sterminati tra i quali appariva di tanto in tanto un piccolo villaggio fatto di casette scure, ordinate e pulite, tutte uguali, con i tetti a punta e le pareti di un rosso scuro; tutte avevano un piccolo giardino davanti.
Questi giardini sono un culto per gli olandesi che dedicano alla loro cura le ore libere e di sole, tanto che sono sempre fioriti. Un paesaggio molto diverso dall’accidentato Lussemburgo e dal piú caotico Belgio, specialmente nel sud.
Notammo pure che ogni segnalazione stradale era perfettamente pulita e in ordine, come fosse stata appena messa lì, il che mi faceva pensare a quei cartelli delle nostre campagne pieni di ruggine che a volte cancellava anche la scritta, e sí che qui piove molto di piú.
Giungemmo in breve a un grande piazzale dove erano ferme molte auto. Oltre il piazzale, in fondo c’era il mare. Eravamo arrivati all’ingresso di un canale, o meglio di una lunga insenatura che dal mare aperto si prolungava all’interno del paese per parecchi kilomettri. Le macchine erano in attesa del ferry-boat che le traghettava dall’altra parte dove in realtà iniziava l’Olanda. Per passare in Olanda bisognava acquistare il biglietto, ma questo ci fu gentilmente offerto dai due fratelli olandesi, non solo, ma per ingannare il tempo di attesa, visto che era passato mezzogiorno, ci offrirono biscotti e cioccolato. Questo ci permise di saltare il pasto e quindi di risparmiare una ventina di franchi o di gulden.
Si superò anche questo canale del quale dall’auto si poteva vedere ben poco, ma era abbastanza largo da richiedere un buon quarto d’ora di traghetto.
Fu cosí che giungemmo a Vlijssingen, in Olanda, dove un bel sole caldo illuminava il paese e la campagna circostante. Qui i fratelli ci lasciarono all’ingresso della strada principale, dove restammo in attesa per una ventina di minuti prima di essere prelevati da un tedesco che ci portò a un altro paese in mezzo a un labirinto di canali. Non lo sapevamo, ma in realtà eravamo su un’isola, Walcheren, nella provincia di Zeeland, la parte più meridionale e occidentale del Paese. strand zeeland
Dopo un’altra tappa fummo lasciati ai bordi dell’autostrada per Rotterdam. Per fortuna in Olanda è permesso fare autostop anche sull’autostrada che del resto è come una strada qualsiasi, senza caselli e senza barriere laterali.
Là attendemmo parecchio e stava venendo tardi. Decidemmo quindi per la prima volta di dividerci per avere maggiori possibilità di trovare un passaggio dandoci appuntamento a Bergen op Zoom, una località a est non molto distante e sulla terra forma, dove c’era un ostello. Mandai Pierino indietro in modo che potesse partire prima di me, ma il caso volle che mentre lui si allontanava un’auto si fermasse proprio davanti a me ed essendo ormai Pierino distante non ci fu la possibilità di richiamarlo. Arrivai cosí in breve a Bergen che distava una trentina di km, dove dovetti farmi lasciare dal gentile conducente che si era offerto di portarmi fino a Rotterdam. Ma la sorpresa venne mentre mi avviavo a cercare l’ostello piuttosto fuori paese, quando mi sentii chiamare da Pierino, il quale mi disse che il suo autista si era offerto di portarlo a Rotterdam…
Ma non fu male: ci ritrovammo in un posto che altrimenti non avremmo mai saputo che esiste, e per di piú in un bell’ostello, piccolo e molto carino, fuori città in mezzo a un bosco. Dato che forse eravamo i primi italiani che si fermavano in quel posto sperduto, dove in genere si fermano solo olandesi che girano in bicicletta, fummo accolti con molta cortesia sia dal papà albergatore, sia dai ciclisti. Quando ci mettemmo a tavola con gli altri, alle sei di sera, orario canonico per l’Olanda, a mangiare le nostre provviste, ci fu offerto del burro perché secondo gli olandesi non è concepibile mangiare alcunché senza burro.
Dopo cena giocai un po’ a pallavolo e dopo tutti insieme andammo a fare un giro nel bosco perché, mi dissero, quella era un’usanza dell’ostello.
Incontrammo un ragazzo tedesco che parlava discretamente italiano, perché era stato spesso in Riviera, presso Alassio. Ci offrì una birra per contraccambiare le cortesie che aveva ricevuto dagli italiani e con lui conversammo fino all’ora del rientro.

Il mattino del dieci agosto, come al solito prometteva pioggia, ma era soprattutto molto ventoso. E il vento quella mattina fu causa di una strana avventura.
Come avevo ricordato, uscendo dal Belgio ci eravamo dimenticati di cambiare la valuta in fiorini o gulden, pensando anche che i dollari sarebbero stati ben accetti. Inoltre pensavamo di arrivare a Rotterdam dove non avremmo avuto problemi a trovare una banca a portata di mano. Invece lì a Bergen op Zoom, o meglio nel bosco, di banca neanche l’ombra: bisognava andare nel centro della cittadina che non era poi cosí vicino e all’ostello potevamo pagare solo in fiorini. Il paese distava 3 km, e calcolando che la banca non poteva essere proprio all’inizio del centro abitato e che c’era anche il ritorno, l’unica soluzione era di trovare un mezzo di trasporto che mi consentisse di compiere tutte le operazioni in mezz’ora.
Decisi allora di cercare di farmi prestare una bicicletta da qualcuno per fare una volata fino alla Rotterdamske Bank e tornare. Ma non fu facile, nonostante fossero tutti in bicicletta perché oramai erano già tutti partiti o stavano partendo prima che piovesse. Altri, forse, non si fidavano molto, pensando, chissà, che avuta la bici me ne sarei tornato in Italia… lasciando Pierino in ostaggio. O che so io.
Il tempo intanto passava, erano già quasi le nove, quando finalmente una ragazza, presa da compassione a vedermi girovagare sempre piú disperato, decise di prestarmi la sua con la promessa che avrei fatto presto. Promisi di essere un lampo, nonostante fosse una bicicletta da donna, anche se là le ragazze sono piuttosto alte e quindi non rischiavo di pedalare mangiandomi le ginocchia.
Partii velocissimo seppur col vento contrario, pensando che cosí al ritorno il vento mi avrebbe favorito anche se fossi stato stanco per la corsa. Presi il sentiero in mezzo al bosco, quello che la sera prima avevamo percorso passeggiando, ma solo alla prima curva mi accorsi con raccapriccio
che non esistevano i freni. O quanto meno non li vedevo al solito posto sul manubrio come in tutte le bici che si rispettano. I freni c’erano, eccome, ma erano sui pedali; nel senso che ‘bastava’ pedalare all’indietro e la bicicletta frenava. Già ma bisogna saperlo e io me ne accorsi semplicemente perché avevo l’abitudine, quando non pedalavo, di far girare le gambe all’indietro. Cosí facendo, senza preavviso, mi sentii sgusciare la sella da sotto il sedere, o meglio era il mio sedere che tentava di proseguire la corsa mentre la bici si fermava. Mi ci volle un po’ di buon senso dell’equilibrio per restare in piedi, ma una volta imparato il trucco non fu piú un problema. Raggiunsi Bergen, che tra l’altro si rivelò una cittadina graziosa con una enorme piazza del mercato. Trovata la banca e cambiata la valuta, presi la via del ritorno.

Bergen op Zoom

Bergen op Zoom

Ora, pensai, perché dovrei fare tutti quei giri fatti all’andata, quando è molto più semplice andare dritti? Bastava proseguire sulla strada seguendo la direzione data dal vento a favore, visto che all’andata il vento era contrario.
Cosí feci e, col vento che mi spingeva, volavo letteralmente per strade sconosciute finché pensai che forse non ero proprio sulla strada giusta, quella che doveva portarmi direttamente all’ostello. Come al solito non trovai nessuno a cui chiedere, per cui giudicai prudente tornare sui miei passi cercando di orientarmi. Ma l’Olanda è piatta come un biliardo e punti di riferimento non ce ne sono, per cui cominciai a girare un po’ qua e un po’ là finché riuscii a perdermi del tutto. Che fare? L’unica era tornare indietro fino al centro e ricominciare tutto da capo, sperando di ricordare la strada dell’andata. Provai anche a chiedere alle prime persone che incontravo, ma nessuno sapeva dove fosse questo Balsebahn, che era il nome dell’ostello o della località dove si trovava; oltre tutto mi parlavano regolarmente in Olandese di cui non capivo un’acca, anche se in quella lingua di acca ce ne sono proprio tante. Quando mi ritrovai in centro chiesi ancora e qualcuno riuscì a indicarmi la direzione giusta. Compresi allora che il vento era girato e fu per quello che avevo preso una direzione per un’altra. Naturalmente ora il vento non era piú a favore, ma comunque rientrai in tempo per ricevere dalla ragazza che rimasta con la sua amica in trepida attesa, mentre tutti i suoi amici erano già partiti, alcuni insulti in olandese ai quali risposi con un sorriso alla gatto Silvestro.
Infine partimmo anche noi, ripassando, questa volta a piedi, per la stradina in mezzo al bosco fino a trovare la strada nazionale in direzione di Breda, che in Olanda è una città e non una fabbrica di locomotive. Fummo lasciati all’inizio dell’autostrada per Rotterdam verso mezzogiorno per cui ci servimmo del nostro pranzo con il contorno di due mele gentilmente offerte da un albero lì vicino; erano molto succose e dolci.

Leggi qui le tappe precedenti:
Prologo
CAPITOLO I — Lussemburgo
CAPITOLO II — Belgio
— CAPITOLO III — Parentesi a Bruxelles
CAPITOLO IV — Bruxelles
— CAPITOLO V — Le Fiandre orientali

Il viaggio riprende con il CAPITOLO VII – La Frisia